mercoledì, 27 febbraio 2008

Verso destra


Anche se la parola d’ordine di Veltroni al momento è “Cambiamento”, sulla falsariga della campagna di Barack Obama negli Usa, l’obiettivo primario del leader del Partito Democratico è quello di presentarsi come una personalità moderata ed affidabile, e anche in questo senso va la decisione di correre quasi da soli, rinunciando all’alleanza con la sinistra radicale. A questa decisione molti attribuiscono un altro effetto positivo, e cioè il rimescolamento del centrodestra, da cui si sono staccati sia Storace che Casini. Sembrerebbe, insomma, che Veltroni stia ripercorrendo il tentativo di Clinton degli anni Novanta, e cioè quello di portare i democratici su posizioni moderate per costringere gli avversari repubblicani a fare altrettanto, in modo che la competizione elettorale diventasse tra due partiti moderati e rispettosi l’uno dell’altro.

Questo in teoria, è noto che, nonostante le due vittorie elettorali (dovute soprattutto al terzo incomodo Ross Perot), Clinton non è riuscito a ricostruire una solida base elettorale per i democratici, e i repubblicani sono tornati al potere nel Congresso prima e alla Casa Bianca poi con un netto spostamento a destra delle loro politiche, prima nell’ambito dell’ordine pubblico e poi con i richiami ai valori della destra religiosa e conservatrice. C’è il rischio che qualcosa di simile avvenga anche in Italia?

La mia sensazione è che stia già avvenendo, e che la decisione di Veltroni, lungi dal tarpare le ali estreme in favore del moderatismo stia portando semplicemente ad un netto spostamento a destra del panorama politico. A cominciare dal Partito Democratico: nonostante alcune candidature simboliche e le dichiarazioni veltroniane sulla precarietà, la maggior parte delle scelte per le liste e le proposte programmatiche rese note sinora dimostrano che il Pd punta nettamente al centro, con l’evidente obiettivo di conquistare l’elettorato moderato (e una parte di elettori berlusconiani, che “valgono doppio” nella competizione), ricorrendo al carisma veltroniano per non rimanere scoperti a sinistra. Questo per quanto riguarda i problemi inerenti l’economia e lo stato sociale, mentre sull’ordine pubblico Veltroni riconferma la sua visione securitaria che rincorre le posizioni di Bossi e Fini, ultima dimostrazione le dichiarazioni demagogiche sulla castrazione chimica per i pedofili.

Nel campo avversario, il distacco sia dell’Udc che della Destra sembrerebbe rendere immobile, da un punto di vista ideologico, la Casa (ora Popolo) delle libertà, ma di fatto non è così. L’abbandono di Storace non spinge verso posizioni più moderate il centrodestra, perché è noto che posizioni estremiste quanto quelle dei neofascisti sono presenti massicciamente nella Lega Nord in materia di immigrazione, sicurezza, protezionismo e proibizionismo, senza contare che personalità estremiste si trovano anche in Forza Italia e, seppure ora meno, in Alleanza Nazionale. Per non parlare poi del disprezzo verso i valori della costituzione e dell’antifascismo che accomunano tutto il centrodestra. Con Storace l’unica cosa che scompare dal Pdl sono i valori della destra sociale, e cioè gli unici elementi “di sinistra” del neofascismo.

Questi sono i motivi per cui parlo di svolta a destra nel panorama politico, nonché i motivi per cui, pur ritenendo Veltroni migliore di Berlusconi, voterò per la Sinistra Arcobaleno, perché ritengo che un simile spostamento ideologico sia pericoloso, non auspicabile, e da contrastare.

postato da Skeight alle ore 19:40 | Permalink | commenti (6) / commenti (6) (pop-up)
categoria: idee, partito democratico, politologia


martedì, 27 novembre 2007

Convergenze leaderistiche


Dall'incontro tra Fini e Veltroni è uscito fuori che i due leader hanno opinioni convergenti su alcune tematiche.
Premesso che è sempre positivo che su questioni riguardanti argomenti istituzionali si trovino consensi che vadano oltre gli ambiti di coalizione, comunque occorre giudicare le proposte concrete.

Innanzitutto c'è accordo sulla modifica dei regolamenti parlamentari. Non mi pare ci siano dettagli maggiori in proposito, quindi c'è poco da valutare: i regolamenti attuali sono sicuramente pieni di difetti e non aiutano il parlamento ad avere credibilità, ma è anche vero che le modifiche potrebbero benissimo essere peggiorative. Si vedrà, ma intanto sembra che l'obiettivo di queste modifiche sia di impedire la nascita di partitelli che non si sono presentati alle elezioni: se nella pratica questo vorrà dire limitare il mandato dei parlamentari e legarlo alla volontà dei partiti, allorà non sarà nulla di buono (anche se una simile limitazione è già di per sé incostituzionale, quindi difficile che avvenga: resta quindi il dubbio di cosa si voglia modificare in concreto).
Il pacchetto di riforme a cui Alleanza nazionale ha dato il via libera prevede la riduzione del numero dei parlamentari, di cui ho già parlato in un precedente post di cui riconfermo il contenuto: buona idea, purché fatta con raziocinio. Ma su questo penso che si possa essere ottimisti.
Un po' meno sulla questione del bicameralismo. L'obiettivo di base è giusto e anche logico, due camere con poteri esattamente uguali (ma con base elettorale diversa) non hanno senso. Il modello del rapporto fiduciario con la camera bassa e la camera alta con competenze sulle politiche locali è quello adottato in quasi tutta Europa, e certo sarebbe positivo importarlo in Italia, purché in maniera seria e senza pasticci.
La questione veramente spinosa è quella dei maggiori poteri al premier. Già in linea di principio è preoccupante che si parli di aumentare i poteri di un organo senza affrontare la questione, cruciale in una democrazia, di come bilanciarli: anche se in misura minore rispetto ad altri paesi europei, l'Italia già dagli anni Novanta ha visto aumentare i poteri dell'esecutivo, un forte aumento ulteriore rischierebbe di causare distorsioni inaccettabili. Ma a parte questo, pensare che basti dare più poteri formali al presidente del consiglio per scongiurare l'instabilità e l'inefficacia del governo è pia illusione, finché ci saranno governi di coalizione che comprendono moltissimi partiti, tutti necessari per avere consenso in parlamento. Per superare questo scoglio e dare potere reale all'esecutivo i metodi sono due: o aumentargli i poteri in maniera tale da esautorare totalmente il parlamento, ma è ovviamente impossibile in democrazia, o fare una nuova legge elettorale che elimini tutti i partitini. Peccato che è proprio sulla legge elettorale che manchi l'accordo tra i due leader.

Insomma, queste riforme su cui si sta trovando convergenza presentano alcuni aspetti positivi, che dipendono però dal modo di applicazione, ma anche aspetti decisamente negativi su cui pesa una certa ambiguità. Più in generale le proposte sui poteri dell'esecutivo e del premier in particolare sembrano mirare ad un obiettivo di personalizzazione della politica, che sicuramente trova d'accordo due aspiranti leader come Fini e Veltroni.
postato da Skeight alle ore 12:46 | Permalink | commenti (3) / commenti (3) (pop-up)
categoria: persone, riforme, politologia


sabato, 17 novembre 2007

Il segreto efficiente del centro-destra


Intervistato da Ezio Mauro, Prodi oggi rimarca la sconfitta politica di Berlusconi e della Casa delle libertà, minimizza i contrasti interni al centro-sinistra mettendoli a paragone con le spaccature della destra, si dimostra molto fiducioso.
Ora, che Berlusconi sia stato sconfitto sulla finanziaria è evidente, i dissidi interni al centro-destra sono altrettanto evidenti (anche se non penso sia corretto considerarli maggiori a quelli dell'Unione), ed è anche giusto, e in un certo senso doveroso, che il presidente del consiglio sia ottimista e sicuro di sè. Quindi nulla da criticare nell'intervista. Però una cosa sarebbe bello che i leader del centro-sinistra ricordassero, e cioè che Berlusconi è ancora il leader della Cdl: è indebolito, certo, ma non è il primo momento di debolezza: dopo la sconfitta elettorale del 1996, e sino alla caduta del primo governo Prodi, Berlusconi era molto più debole di oggi, e abbiamo visto tutti come si è rialzato. Non è solo questione della sua personale capacità politica, che nessuno può mettere in dubbio. La coalizione di centro-destra è strutturata in maniera tale da dare grandi potenzialità e spazio di manovra al leader.
Facciamo un confronto tra le due coalizioni: da un punto di vista puramente tecnico sembrano molto simili, ora: entrambe hanno un leader (Veltroni e Berlusconi), entrambe hanno un partito che da solo ha quasi la metà dei voti totali della coalizione (Partito Democratico e Forza Italia), entrambe hanno una serie di partiti minori (Rifondazione, Comunisti-Verdi, Di Pietro, Udc, Lega, Alleanza Nazionale e via dicendo) e infine un oceano di partitini locali o semipersonali (Svp, Liga Veneta, Pensionati, Dc di Rotondi, Autonomie, Udeur, socialisti vari, Bordon, Dini...). Sin qua, tutto molto simile, la sola differenza è che nel centro-sinistra i partiti minori tendono ad essere più piccoli e numerosi che nel centro-destra. Ma la differenza sostanziale è un'altra: nel centro-sinistra i partiti e i partitini mirano ad aumentare i propri voti a spese del partito principale, che vogliono "succhiare" da sinistra e da destra, ed è un obiettivo esplicito, nonché il freno principale per le ambizioni del Pd di convincere l'elettorato centrista. Invece nella Casa delle libertà il pacchetto di voti di Forza Italia raramente è messo in discussione, perché gli altri partiti sono in competizione fra loro: la Destra di Storace tenta di togliere voti ad Alleanza Nazionale, Rotondi e Lombardo tolgono voti all'Udc, la Lega è l'unico soggetto che potrebbe competere con Fi, ma di fatto è stata amputata proprio dal partito di Berlusconi, e ora cerca di allargare i consensi nel campo della sicurezza, quindi in competizione con An. Questo è il segreto efficiente di Berlusconi: in altre parole, è il classico divide et impera, e grazie agli scontri tra gli alleati Forza Italia è ancora il partito di centro-destra in grado di intercettare maggiormente il malcontento verso il governo. Per questo meglio non essere troppo ottimisti (o troppo presto): per ora Berlusconi ha ancora tutte le carte migliori nella destra, e può ancora usarle. Ma non solo: se la struttura della Casa della libertà rimane quella attuale, in futuro anche un leader diverso da Berlusconi, ma comunque proveniente da Forza Italia, potrebbe ereditarne comodamente le potenzialità. Un nome possibile? Formigoni.
postato da Skeight alle ore 11:46 | Permalink | commenti (3) / commenti (3) (pop-up)
categoria: politologia


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