mercoledì, 09 aprile 2008

Intervista

Avrei voluto scrivere un post più completo sui motivi per cui voterò Sinistra arcobaleno, ma ora non ce n'è bisogno. Un blogger del Pd, Giusco, mi ha infatti chiesto un'intervista sull'argomento, che io gli ho rilasciato con piacere. Per questo rimando al suo blog, in particolare a questo articolo, per leggere il mio punto di vista.
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mercoledì, 27 febbraio 2008

Verso destra


Anche se la parola d’ordine di Veltroni al momento è “Cambiamento”, sulla falsariga della campagna di Barack Obama negli Usa, l’obiettivo primario del leader del Partito Democratico è quello di presentarsi come una personalità moderata ed affidabile, e anche in questo senso va la decisione di correre quasi da soli, rinunciando all’alleanza con la sinistra radicale. A questa decisione molti attribuiscono un altro effetto positivo, e cioè il rimescolamento del centrodestra, da cui si sono staccati sia Storace che Casini. Sembrerebbe, insomma, che Veltroni stia ripercorrendo il tentativo di Clinton degli anni Novanta, e cioè quello di portare i democratici su posizioni moderate per costringere gli avversari repubblicani a fare altrettanto, in modo che la competizione elettorale diventasse tra due partiti moderati e rispettosi l’uno dell’altro.

Questo in teoria, è noto che, nonostante le due vittorie elettorali (dovute soprattutto al terzo incomodo Ross Perot), Clinton non è riuscito a ricostruire una solida base elettorale per i democratici, e i repubblicani sono tornati al potere nel Congresso prima e alla Casa Bianca poi con un netto spostamento a destra delle loro politiche, prima nell’ambito dell’ordine pubblico e poi con i richiami ai valori della destra religiosa e conservatrice. C’è il rischio che qualcosa di simile avvenga anche in Italia?

La mia sensazione è che stia già avvenendo, e che la decisione di Veltroni, lungi dal tarpare le ali estreme in favore del moderatismo stia portando semplicemente ad un netto spostamento a destra del panorama politico. A cominciare dal Partito Democratico: nonostante alcune candidature simboliche e le dichiarazioni veltroniane sulla precarietà, la maggior parte delle scelte per le liste e le proposte programmatiche rese note sinora dimostrano che il Pd punta nettamente al centro, con l’evidente obiettivo di conquistare l’elettorato moderato (e una parte di elettori berlusconiani, che “valgono doppio” nella competizione), ricorrendo al carisma veltroniano per non rimanere scoperti a sinistra. Questo per quanto riguarda i problemi inerenti l’economia e lo stato sociale, mentre sull’ordine pubblico Veltroni riconferma la sua visione securitaria che rincorre le posizioni di Bossi e Fini, ultima dimostrazione le dichiarazioni demagogiche sulla castrazione chimica per i pedofili.

Nel campo avversario, il distacco sia dell’Udc che della Destra sembrerebbe rendere immobile, da un punto di vista ideologico, la Casa (ora Popolo) delle libertà, ma di fatto non è così. L’abbandono di Storace non spinge verso posizioni più moderate il centrodestra, perché è noto che posizioni estremiste quanto quelle dei neofascisti sono presenti massicciamente nella Lega Nord in materia di immigrazione, sicurezza, protezionismo e proibizionismo, senza contare che personalità estremiste si trovano anche in Forza Italia e, seppure ora meno, in Alleanza Nazionale. Per non parlare poi del disprezzo verso i valori della costituzione e dell’antifascismo che accomunano tutto il centrodestra. Con Storace l’unica cosa che scompare dal Pdl sono i valori della destra sociale, e cioè gli unici elementi “di sinistra” del neofascismo.

Questi sono i motivi per cui parlo di svolta a destra nel panorama politico, nonché i motivi per cui, pur ritenendo Veltroni migliore di Berlusconi, voterò per la Sinistra Arcobaleno, perché ritengo che un simile spostamento ideologico sia pericoloso, non auspicabile, e da contrastare.

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sabato, 05 gennaio 2008

A quarant'anni dalla Primavera

Oggi è una ricorrenza importante, anche se nessuno la ricorda. Esattamente quarant’anni fa Alexander Dubček diventava segretario del Partito comunista di Cecoslovacchia, dando inizio a quella che è passata alla storia con il nome di Primavera di Praga.

Passata alla storia, ma alla memoria? L’eco di quegli eventi è oggi debole, quasi insignificante, a confronto di altre esperienze politiche forse più immaginifiche ma anche più effimere. Eppure è stato nel corso di quella importante esperienza – che pure non è andata esente da errori ed eccessi – che è stato sviluppato il primo tentativo di uscire da sinistra dalla crisi del modello sovietico. Un modello che sarebbe durato ancora vent’anni, e che però già alla fine degli anni Sessanta mostrava tutti i suoi limiti proprio in Cecoslovacchia, il paese comunista che alla fine della seconda guerra mondiale si trovava nelle condizioni migliori, che aveva riservato l’accoglienza migliore alle truppe di Stalin, e che per vent’anni aveva avuto livelli di crescita di tutto rispetto.

Gli intellettuali e i politici che presero parte attivamente alla Primavera erano consci di questi limiti e spesso li denunciarono, ma non con il fine di abbracciare il capitalismo occidentale, bensì per cercare un nuovo modello, il cosiddetto “socialismo dal volto umano”. Basterebbe andare a rileggersi le riflessioni di intellettuali cecoslovacchi quali Jan Patočka e Radovan Richta, con le loro innovative proposte per la trasformazione del sistema di produzione. Ma chi si ricorda di loro, oggi? Eppure quelle riflessioni, forse troppo ardite ai tempi, potrebbero avere oggi una realizzazione compiuta, o almeno dare un contributo importante al dibattito su come dovrebbe essere una sinistra moderna.

Non solo in Italia, ma anche in molti altri paesi le iniziative che costituiscono la punta di diamante dei partiti e dei politici che si definiscono progressisti sono quelle che si propongono di difendere i diritti dei “consumatori”. Le liberalizzazioni di Bersani, la class action, i movimenti di Grillo, l’elettorato di John Edwards, anche gli avvocati agguerriti che sfidano il regime di Pechino… vengono salutati come movimenti innovativi ma di fatto ampliano all’estremo la sfera del mercato, mercificando anche i diritti: il singolo li ha in quanto consumatore, non in quanto cittadino. È contro una simile visione che le idee cecoslovacche di quarant’anni fa possono essere ancora attuali e utili, e sarebbe bello se, invece di indulgere come sempre in nostalgiche rievocazioni di Valle Giulia e dei fallimentari movimenti rivoluzionar-borghesi nostrani, la sinistra riconsiderasse gli avvenimenti d’oltrecortina, in cerca di lezioni applicabili anche oggi.

Letture consigliate: Primavera di Praga e dintorni: alle origini del 1989, a cura di F. Leoncini e C. Tonini, Ecp 2000

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mercoledì, 05 dicembre 2007

Contro la deriva


Le dichiarazioni trevigiane della Lega rappresentano un salto di qualità nella campagna xenofoba delle ultime settimane, ed è purtroppo nel senso che tutti i difensori dei diritti umani temevano: lo sdoganamento dei metodi nazisti. In questo il leghista Bettio fa da avanguardia, visto che al di fuori del partito di Bossi nessuno sano di mente si sognerebbe di giocarsi la carriera politica dicendo cose così pesanti, ma intanto il messaggio è passato: contro gli stranieri, in particolare contro i rom, non esistono mezzi illeciti per far rispettare l'ordine pubblico e garantire la sicurezza. Erano catastrofisti quelli che temevano una nuova soluzione finale, non più ai danni degli ebrei ma degli zingari? Forse sì, ma le ignobili frasi della Lega dimostrano che è meglio essere allarmisti oggi che spettatori increduli domani. La Tribuna di Treviso ha sottolineato con stupore la mancanza di proteste contro la notizia, e questo ci può scandalizzare, ma non stupire: le dichiarazioni di Bettio hanno una lunga storia alle spalle, una storia di sparate sempre più grette e razziste, sempre seguite da regolare smentita o "sono stato frainteso", ma dopo che il messaggio era passato, il tutto in un clima in cui ogni dichiarazione, per quanto nauseante, riesce a trovare se non legittimità almeno tolleranza. E allora il governo dovrebbe muoversi e far capire che ci sono dei confini, che non si può pensare di dire quello che si vuole senza assumersene la responsabilità, sicuri di farla franca.
Leggo che la comunità ebraica vuole querelare Bettio, e che la procura di Treviso ha aperto un fascicolo. Che si vada al processo, e che il governo si costituisca parte civile , visto che dichiarazioni come quelle leghiste vanno a ledere  sia i principi della costituzione sia le regole del vivere  associato su cui ogni stato si fonda. Non è questione di ottenere un risarcimento o altro, né di fare propaganda (con il clima che si respira in Italia in questi giorni, non si otterrebbero grandi simpatie con un gesto simile) ma di mandare un segnale vero e concreto contro la deriva xenofoba. In fondo, se stanno spendendo tante energie sulla battaglia per la moratoria sulla pena di morte a maggior ragione dovrebbero impegnarsi contro la recrudescenza nazista.
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venerdì, 02 novembre 2007

Sulle insicurezze e l'ipocrisia

In seguito all’assassinio di Francesca Reggiani il pacchetto sicurezza è stato approvato dal governo con decreto legge, e già i risultati iniziano.
In maniera poco velata Veltroni ha fatto capire di aver premuto per saltare la discussione in parlamento. Il leader del partito democratico inizia quindi ad esercitare la sua leadership depotenziando il luogo della democrazia, e cioè il parlamento, e già questo non è un bel segnale. Ma l’emergenza richiede scelte decise e segnali forti. Perché siamo in emergenza, vero?
Chissà. Destra conclamata e destra mascherata si sono lanciate in una campagna aggressiva volta verso i romeni e verso la sinistra, e a forza di creare allarme sociale gli effetti iniziano a vedersi. È forse la bomba a tempo profetizzata da Grillo qualche tempo fa? Forse, ma con la differenza che a quante pare l’esplosivo non sono i romeni, ma gli italiani.
Una cosa è certa: la percezione dell’insicurezza è forte. Però mi chiedo: cos’è che crea insicurezza? A guardare le notizie di questi giorni la risposta sembra facile: gli immigrati. Ma in realtà sono solo l’elemento più appariscente. L’insicurezza è alla base dell’attuale assetto sociale, in ogni forma: insicurezza economica, tra il lavoro sempre più precario e la turbolenza dei mercati finanziari; insicurezza ambientale, in tutte le sue forme, dalle catastrofi ambientali agli sconvolgimenti climatici ai sempre più veleni che contaminano l’aria, l’acqua, i suoli e il cibo; insicurezza giuridica, visto la nota inefficienza della giustizia italiana; e tante altre, minori ma nell’insieme destabilizzanti. Tutte queste insicurezza insieme creano il clima in cui l’allarme sociale prospera, ma allora perché è sempre l’immigrazione a risaltare come la principale, se non l’unica, causa della paura diffusa? Certo, la propaganda delle destre, dei mezzi di comunicazione e via dicendo, siamo tutti d’accordo, ma possibile che non ci sia un messaggio alternativo per scongiurare questa lettura riduzionista e xenofoba?
Qui le carenze storiche della sinistra emergono. Il dibattito sul “problema di comunicazione” è ormai più che decennale, ma sin dall’inizio è stato snaturato e semplificato, riducendo la comunicazione alla propaganda elettorale. E invece, se è vero che i politici non sono semplici amministratori ma agiscono sulla sfera pubblica, la comunicazione deve andare oltre, influire sulla percezione che le persone hanno dei fenomeni sociali. Ma la sinistra, radicale o riformista che sia, ha abdicato a questo compito, e i risultati sono quelli che si vedono oggi: sull’immigrazione, e più in generale sulla sicurezza pubblica, i partiti fanno a gara a mostrarsi saldi e autoritari, con piccole e grandi ipocrisie – dal governo che ora autorizza i prefetti a espellere gli stranieri per motivi di sicurezza, ma non si era preoccupato altrettanto per porre un freno agli ingressi dalla Romania, che ora Veltroni attacca, all'opposizione, che intima a Prodi di vergognarsi, ma intanto una misura così semplice come quella di aumentare i poteri prefettizi non l’hanno fatta in cinque anni, e anzi hanno promulgato una oscena legge sull’immigrazione che di fatto aumenta il numero di clandestini, quindi forse è Fini a doversi vergognare – mentre su tutte le altre insicurezze sociali o non ci si pronuncia o si risponde continuando ostinatamente ed entusiasticamente a percorrere le strade che di fatto aumentano l’incertezza del futuro, la paura, la chiusura.

AGGIORNAMENTO
Marioemario, il blog che io ho linkato in questo post definendolo destra mnascherata, ha risposto a questa accusa. Più nel dettaglio, i gestori del blog
1) hanno detto che non accettano lezioni su cosa è destra e cosa è sinistra. Li tranquillizzo: non essendo un maestro, non dò lezioni. Purtroppo o per fortuna, un accordo universale su cosa vuol dire essere di sinistra non c'è, e non ci sarà mai, e per questo ognuno è libero di avere la propria idea di cosa è di sinistra. Nella mia, voi non lo siete, così penso e così scrivo. E allo stesso modo voi siete liberi di non essere d'accordo con me e di esprimere il vostro dissenso, ma non promuovetemi a maestro, ché poi dovrei aggiornare il mio curriculum e non ho voglia. Al massimo, mi limito ad osservare che per dimostrare il vostro sinistrismo mi fate l'elenco dei partiti in cui avete militato e dei convegni a cui avete partecipato, mentre io ho sempre pensato che la destra e la sinistra fossero questione di idee, ideologie e programmi, non di tessere di partito.
2) dicono che nel mio post nego che gli italiani hanno paura della criminalità straniera. Forse andavano di fretta e non hanno letto bene ciò che ho scritto, visto che io dico proprio il contrario, e cioè che gli italiani hanno paura soprattutto degli immigrati, e mi chiedevo il motivo di questa polarizzazione, viste le tante altre cause di insicurezza sociale, e ora, aggiungo grazie ai post dei bravi Stratex e Guerrilla Radio,  anche visto che i dati del viminale dimostrano che nei fatti  l'emergenza non c'è, e che quindi avevo ragione a parlare di percezione distorta. "Non siamo noi ad aver allarmato gli italiani" dicono mario e mario. Certo, non siete stati solo voi. Ma anche voi.
3) ricordano loro azioni in difesa della comunità bengalese vittima di raid di gang italiane per rifiutare l'accusa di aver causato le aggressioni contro i rumeni. Ora, mi chiedo: una cosa esclude l'altra? Non dico che sono stati loro ad andare dai fascisti e dire "picchiate i rumeni", sarebbe un'accusa da capo penale. Quello che dico è che queste aggressioni maturano in un clima di intolleranza e odio represso. Sbaglierò, ma per me post in cui un senatore "colpevole" di aver visitato in carcere un detenuto viene definito merda umana e gli si augura la morte contribuisce ad alimentare questo clima, non certo svelenirlo. Potete ricordare quanto volete il vostro impegno precedente, che è ammirabile, non ho problemi a dirlo, ma non può servire a cambiare le cose fatte dopo.
4) infine, mi invitano a vergognarmi. Non mi vergogno, visto che, per quanto detto sopra, tutte e tre le accuse mi sembrano poco fondate. Ma se anche lo fossero, cosa è più vergognoso, scrivere un articolo sbagliato, o augurarsi l'eliminazione fisica di un politico che non la pensa come noi? Propendo per la seconda, e quindi non solo rifiuto l'invito a vergognarmi, ma lo rispedisco al mittente
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venerdì, 19 ottobre 2007

Le mani sulla rete

Quando ho letto questa notizia sinceramente sono rimasto basito. Cose così non me le sarei aspettate dal peggior governo Berlusconi, figuriamoci da uno che si definisce di centro-sinistra. Eppure, pare che le cose stiano proprio così. Il 12 ottobre il consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge di riforma dell’editoria che di fatto si propone di burocratizzare internet. Maggiori dettagli si possono trovare su Repubblica e Punto Informatico, ma in sintesi il ddl dice che tutti i prodotti editoriali dovranno registrarsi al Roc, cioè il registro degli operatori di comunicazione, ma poi nel definire i prodotti editoriali usa criteri tali da comprendere tutta la rete, compresi piccoli siti e blog. Le proteste sono state immediate, e di fronte ad esse c’è stata sì una retromarcia, ma non quella sperabile: un sottosegretario, tale Levi, ha assicurato che non c’è interesse a colpire blog e siti amatoriali, ma poi scarica le decisioni concreti sulla Autorità per le comunicazioni (che per la cronaca, è quella che ha vietato la pornografia in tv anche di notte, il che non fa ben sperare).
Il testo del ddl è chiaramente scritto male e forse sarà del tutto riformulato: è sperabile che sia così, ma non può essere sicuro. Non è la prima volta che questo governo, per incompetenza o malafede, cerca di mettere nei guai internet. Già l’anno scorso, ai tempi della finanziaria, si voleva impedire ai blog di inserire citazioni dai quotidiani, provvedimento poi rientrato grazie alla mobilitazione online. Allora è il momento di mobilitarsi di nuovo contro questo provvedimento ben più grave. Per conto mio, spedirò il prima possibile una mail di protesta a tutti i parlamentari e senatori, e invito tutti i blogger e non che dovessero leggere questo mio articolo a fare altrettanto, per mostrare il rifiuto generalizzato di questo ddl.
A margine, non posso celare l’amarezza per l’ennesima prova di incapacità del governo che ho votato, che non si dimostra in grado di (e nemmeno interessato a) tutelare la libertà di espressione dei cittadini.


AGGIORNAMENTO
Ho scritto una bozza di testo per la mail da inviare ai parlamentari e ai senatori della maggioranza. Se qualcuno sa dove posso trovare l'elenco delle loro mail in modo da fare copia e incolla e spedirli a tutti (dal sito della Camera posso spedire solo una mail alla volta, e farlo per 348 volte mi sembra un po' troppo) mi farà un favore. Invito tutti a scrivere ai deputati e ai senatori, se vogliono usare il testo della mia bozza liberissimi di farlo.

Spett.le deputato/a (o senatore/senatrice),
le scrivo in riferimento al disegno di legge sull’editoriache il governo ha approvato il 12 ottobre e il cui testo è consultabile presso il sito http://www.governo.it/Presidenza/DIE/doc/DDL_editoria_030807.pdf
Questo ddl di fatto costringe tutte le realtà di internet, compresi i siti amatoriali ed i blog, a diventare testate giornalistiche e registrarsi al Roc, il Registro degli operatori della comunicazione. È chiaro che, qualora approvato, questo ddl porterebbe al collasso di internet in Italia e della sua funzione creativa, intellettuale e sociale. Questo non è accettabile, né può essere giustificato con la necessità di proteggere i cittadini da eventuali forme di diffamazione, perché esistono già strumenti legislativi e normativi per impedire simili comportamenti. Non solo, ma bisogna anche dire che il testo del ddl è stato redatto in maniera superficiale e contraddittoria, e di fatto una sua applicazione coerente è impossibile. Pertanto le chiedo di impegnarsi, quando il disegno di legge arriverà in Parlamento, per la modifica dei punti peggiori di esso, in particolare l’articolo 2 comma 1, 2, 3, l’articolo 5 comma 1, l’articolo 7 comma 1, 2.
Sperando che non deluda le aspettative dei cittadini che credono nella rete come mezzo per produrre dibattito democratico e contenuti creativi, le porgo distinti saluti

(nome e cognome)
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mercoledì, 10 ottobre 2007

Le primarie del Pd


Suppongo che molti si siano già fatti questa domanda, ma la pongo lo stesso a tutti voi, perché sono fortemente indeciso: quelli che, come me, non si rinoscono nel Partito Democratico né lo voterebbero mai, dovrebbero andare a votare alle primarie del 14 ottobre? E se sì, per chi sarebbe meglio votare?
Istintivamente, alla prima domanda risponderei di no. Non è molto corretto votare per decidere il leader di un partito a cui comunque non si darà mai la preferenza, e in più non mi piace l'idea di di contribuire, con il mio voto, il mio euro e la mia dichiarazione di partecipazione, a costruire l'aura di autorevolezza e legittimità del PD. Però...
Però poi penso che, anche stando ai sondaggi più pessimisti, il PD non scende comunque sotto il 25%, mentre nei sondaggi più ottimisti l'ipotetico partito della sinistra unita non supera il 15%. Anche se nel lungo periodo mi auguro una inversione di tendenza, è indubbio che negli anni a venire la sinistra per influenzare le politiche italiane dovrà comunque cercare l'alleanza con i "democratici". Stando così le cose, per me che spero nella costruzione di un soggetto unitario della sinistra radicale, è importante che nel Pd risultino maggioritarie le posizioni di chi non vuole rompere a sinistra. Invece sappiamo bene che almeno due dei candidati principali (Veltroni e Letta) propugnano apertamente la ricerca di nuove alleanza, ovviamente con l'Udc, per scaricare Verdi e Comunisti. Vero è che il modo migliore per bloccare questi tentativi è votare massicciamente a sinistra nelle elezioni vere (amministrative ed europee), ma si tratta comunque di un voto che non può essere dato in bianco (i partiti di sinistra devono dimostrare di meritarselo, non soltanto con la testimonianza), o almeno, io non lo darei soltanto per frenare la deriva centrista del Pd. Quindi, con queste premesse, l'idea di contribuire alle primarie mi sembra più accettabile, e forse anche utile.
Detto questo, si pone il problema di chi votare. Veltroni e Letta sicuramente no. La Bindi è più incline a mantenere l'alleanza del 2006, ma sinceramente le divergenze ideologiche sono davvero forti, anche se comunque lo stesso vale per gli altri due. Adinolfi? E' una possibilità, anche se mi sembra un voto buttato.
Insomma, nel dubbio rivolgo le due domande di sopra a chi passa per il mio blog,
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sabato, 06 ottobre 2007

Grillo, la Patria e la Romania


(articolo aggiornato dopo la pubblicazione)

Beppe Grillo scrive un post sui rom. Pare che non faccia differenza tra rumeni e rom, e già questo non è un buon inizio, ma andiamo oltre.

Grillo critica il governo italiano per la politica delle porte aperte, per il rifiuto di imporre una moratoria sugli ingressi dei romeni in Italia, decisione che porterebbe ad una invasione di rumeni nel nostro paese. È effettivamente vero che in Italia c’è la seconda comunità rumena più grande d’Europa, ma è anche vero che la prima comunità per dimensioni è in Spagna (fonte), dove il governo Zapatero la moratoria l’ha messa eccome.

Grillo sostiene che così facendo il governo non garantisce la sicurezza dei suoi cittadini, il che è forse vero, ma così dicendo contraddice altre tesi riportate nel suo blog. Pochi giorni prima aveva riportato l’intervento al V-day di Marco Travaglio, che aveva fatto notare che proprio la tolleranza diffusa dei comportamenti illegali tra gli italiani rendeva così difficile fare politiche efficaci contro l’illegalità degli stranieri. È esattamente questo il problema: anche ammettendo che la maggioranza degli immigrati rumeni in Italia assuma comportamenti illegali o criminali, il problema non è nella loro presenza o nella loro quantità, ma nella mancanza di un intervento efficace dello stato, vuoi per gli scarsi mezzi garantiti a polizia e carabinieri vuoi per l’illegalità diffusa di cui sopra.

Fare un discorso su questo sarebbe giusto e ragionevole. Ma Grillo che fa? Parla di confini della Patria (non scherzo, l’ha scritto con la P maiuscola) che sarebbero stati sconsacrati dai politici e cita una lettera di un cittadino esasperato. Grillo sostiene di averne ricevute centinaia, ma se ha pubblicato proprio questa evidentemente la ritiene degna di nota e ne condivide i contenuti (almeno quelli da lui segnati in grassetto); allora diamo un’occhiata a questa lettera, perché è molto interessante.

L’autore, Nicola B., premette di non essere razzista e dice di avere moglie ed amici rumeni (e per questo rimanderei al magistrale articolo di Umberto Eco sul classico incipit degli antisemiti: “Alcuni dei miei migliori amici sono ebrei”). Poi sostiene che la sua azienda è registrata in Romania sin dal 2002. Dato che più volte si dichiara italiano, potremmo dedurne che Nicola B. è uno dei molti imprenditori europei che ha spostato la propria impresa e la produzione in Europa orientale, per approfittare dei minori vincoli ambientali, fiscali e sindacali, in pratica uno dei responsabili del precariato che Grillo dichiara di voler combattere: in un commento (leggibile sotto) alla prima versione di questo mio articolo il signor Nicola B. nega di aver delocalizzato una sua precedente azienda italiana e di avere anzi dato supporto, con la sua azienda, a quelle rumene tra il 2002 e il 2004; certo, se come lui stesso dichiara i romeni vogliono abbandonare a milioni il loro paese, evidentemente le imprese che operano in Romania (compresa la sua) non devono fornire grandi opportunità... ma tant’è, Nicola B. ritiene di essere nel giusto, di essere una vittima delle migrazioni e basta. Lasciamolo nella sua illusione, ma arriviamo al punto, quando sostiene che gli accordi di Schengen non sono serviti a nulla, non sono serviti agli italiani o ai tedeschi ma solo agli immigrati profittatori. Beppe Grillo evidenzia, quindi dobbiamo ritenere che sia d’accordo.

Schengen quindi a noi non è servita a nulla. La possibilità di poter viaggiare per l’intera Europa senza controlli alle frontiere secondo Grillo è inutile e non ha portato che danni. Certo, le conseguenze negative sono sempre più visibili. Ma non vedere tutti gli effetti positivi di questa integrazione, le opportunità che si sono sviluppate per i paesi europei, per molte zone che erano state colpite dalla crisi della delocalizzazione della produzione e che grazie alla nuova libertà di movimento garantita anche da Schengen sono riuscite a rinnovarsi e a creare nuova occupazione; e sì, aggiungiamoci anche l’impatto simbolico di accordi che garantiscono la libertà di movimento delle persone, dopo decenni in cui tale libertà era stata garantita solo alle merci. Tutto questo non esiste?

Una cosa è vera: non si capisce come la Romania sia potuta entrare così velocemente nell’Unione Europea, vista il divario non solo con i membri occidentali, ma anche con parecchi dei paesi orientali entrati nel 2004. L’Ue si è mossa con una certa frettolosità, per cercare di rilanciare il processo di integrazione praticamente bloccatosi dopo la bocciatura della costituzione europea nei referendum del 2005. E Grillo cosa pensava della costituzione europea? Ecco. Certo, quella costituzione era fortemente criticabile per molti aspetti, ma una cosa è il rifiuto su una base ideologica e programmatica precisa, una cosa il rifiuto basato sulla pancia, sulle ciance di "pensiero unico europeo" e di "confini sconsacrati" tipici della propaganda lepenista e haideriana.

Insomma, anche in questo caso siamo di fronte a demagogia priva di contenuti.

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lunedì, 01 ottobre 2007

Dimezzare i parlamentari?


Stando a dichiarazioni recenti, il governo vuole ridurre significativamente il numero dei parlamentari, portando a 315 i deputati e a 200 i senatori. La riduzione dei parlamentari non è una brutta idea, ma bisogna vedere come attuarla.
Innanzitutto, se 630 deputati sono effettivamente troppi, è anche vero che 315 rischiano di essere troppo pochi. Certo, ipotizzando un sistema elettorale proporzionale al cento per cento, in una camera con 315 membri basterebbe lo 0,4% per eleggere un deputato, e visto che al momento lo sbarramento è al 2% la riduzione in sé non porterebbe ad una diminuzione della rappresentatività dei partiti più piccoli (che avrebbero meno parlamentari, è vero, ma anche il margine di maggioranza sarebbe minore). Tuttavia, non dobbiamo dimenticare il ruolo delle commissioni: "nel parlamento italiano le commissioni sono molte e permanenti, si occupano di occupano di materie piuttosto ben definite e hanno poteri significativi che vanno fino - adeterminate condizioni e con qualche cautela - all'approvazione stessa delle leggi" (Gianfranco Pasquino, Nuovo corso di scienza politica, il Mulino 2006). Ora, in una parlamento dimezzato, come varierebbero le commissioni? Sarebbero dimezzate anch'esse? Se così fosse, si avrebbe sul serio un grave problema di rappresentatività al loro interno, perché essendo le commissioni limitate numericamente, la rappresentanza proporzionale dei vari gruppi parlamentari al loro interno sarebbe per forza di cosa distorta dimezzando il numero dei loro membri. Data l'importanza delle commissioni nel parlamento italiano, questo problema si ripercuoterebbe sull'intera istituzione. Nè la questione è risolvibile lasciando le commissioni con le dimensioni attuali, perché in un parlamento dimezzato questo significherebbe che quasi tutti i parlamentari, anche quelli alla loro prima esperienza assembleare, dovrebbero partecipare alle commissioni, e data l'attuale situazione è lecito dubitare che abbiano tutti le competenze che sarebbero richieste per partecipare ad una commissione. Il governo ha considerato questo problema nella sua proposta? Se non lo ha fatto, i casi sono due: o sono pressapochisti, o l'intento è di indebolire il legislativo a favore dell'esecutivo.
Non solo: è chiaro che questa proposta nasce come risposta alle proteste sui costi della politica. Ma non si pensi di tagliare il numero dei parlamentari e di non toccare i privilegi: il taglio dei benefici in eccesso non è solo una questione di costi, è anche una questione morale e simbolica. E' giusto che i parlamentari abbiano stipendi superiori alla media, non è giusto che oltre a questi abbiano anche molti altri benefit e facilitazioni.
Infine, sebbene è vero che spesso i parlamenti più piccoli numericamente sono anche più efficienti, non si deve pensare che basti ridurre il numero dei parlamentari per ottenere la tanto agognata efficienza. Sappiamo bene che lo stallo dell'attuale parlamento è dettato non tanto dal numero di parlamentari, ma dalla estrema frammentazione partitica, che non sarebbe risolta, per i motivi detti sopra riguardo la proporzionalità, da un dimezzamento dei parlamentari.
Il provvedimento più importante per rendere efficiente il parlamento italiano sarebbe abbattere la sua simmetria, mettendo il vincolo di fiducia solo con la camera dei deputati e dando al senato dei poteri a parte, trasformandolo in una camera di collegamento tra lo Stato e gli enti locali. Solo in un'ottica di riforma radicale e definitiva del sistema parlamentare la riduzione degli eletti può avere un significato concreto, altrimenti è solo propaganda.
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martedì, 25 settembre 2007

Verso il 20 ottobre

Il 20 ottobre ci sarà la manifestazione della sinistra cosiddetta radicale. Io ci sarò, ma non ritengo di essere un massimalista, uno di quelli che "tanto peggio tanto meglio", come piace pensare ai giornali e ai politici cosiddetti riformisti. Semplicemente, in un regime di democrazia rappresentativa e parlamentare, ritengo di avere il diritto di cercare di influenzare il governo per cui ho votato con tutti i mezzi legali e costituzionali, a meno di non voler dare ragione a Rousseau che dice che il popolo in democrazia è libero solo una volta ogni cinque anni.
Forse qualcuno non lo ricorda, ma nel 2006 Prodi fece campagna elettorale rivolgendosi molto ai giovani e premendo sulla lotta al precariato: è un caso se al Senato, dove gli under 25 non possono votare, l'Unione ha perso di 300mila voti e alla Camera ha vinto di 24mila? Il voto giovanile a sinistra è stato un voto contro il lavoro precario, prima di ogni altra cosa. Oggi assistiamo, con sempre meno stupore e sempre più amarezza, al rinnegamento di ogni promessa elettorale, al punto che uno stimato riformista può permettersi di dire ad alta voce che il programma offerto agli elettori non può essere rispettato.
Non credo alla magia. So che non basterà l'abolizione di una legge a far scomparire il lavoro precario, né l'introduzione di una nuova per cambiare le cose da un giorno all'altro. Si tratta di un lavoro che richiede molto tempo e molto impegno. Ma proprio perché i tempi sono necessariamente lunghi, non si può rimandare ma bisogna iniziare da subito. Invece le priorità sono sempre altre, quelle delle imprese, che pure hanno già avuto e ancora avranno, quelle delle famiglie (come se una famiglia per vivere non si basasse sul lavoro); per i lavoratori invece la priorità non c'è mai: si potrebbero detassare gli stipendi tassando le rendite? Forse sì, ma ora sappiamo che questo non avverrà mai. Allora viene da chiedersi: perché abbiamo votato questo centro-sinistra?
Ma se voltate le spalle a questo governo torna Berlusconi, dicono. Lo so bene, ma evidentemente i leader di centro-sinistra ci credono troppo, al punto da sottovalutare l'astensionismo di sinistra. Questo errore lo hanno già pagato alle ultime amministrative, ma invece di trarne le dovute conseguenze (tentare di recuperare il loro elettorato, che è quelli che li ha fatti vincere nel 2006, anche se di poco) hanno deciso di continuare sulla loro strada di cercare un elettorato nuovo, centrista. Allora, se l'Unione vuole abbandonare i suoi elettori, gli elettori di sinistra non dovrebbero certo preoccuparsi di abbandonare l'Unione. Ma a me non interessa abbandonarla, quanto piuttosto tentare di frenare questo processo. Andare in piazza in massa il 20 ottobre vuol dire far capire al partito democratico che non possono sperare di vincere senza una politica di sinistra. Non un'alleanza con i partiti di sinistra radicale: proprio una politica che tenga conto delle esigenze e delle domande dei lavoratori dipendenti, degli studenti, dei precari. Se non lo capiranno, si condanneranno da soli.

Per questo spero che la manifestazione del 20 ottobre porti in piazza centinaia di migliaia di persone. E spero anche che, tra queste persone, non ci siano i ministri Ferrero, Bianchi, Mussi e Pecoraro Scanio. A ciascuno il suo ruolo: i partiti di sinistra, i loro elettori e noi cani sciolti cerchiamo di frenare il processo centrista nelle piazze. Loro, che sono ministri, cerchino di fermarlo al governo. E per farlo non basta dire sempre no alle proposte moderate, questo vuol dire lasciare il gioco nelle loro mani, ma incalzarli con proposte concrete, di sinistra, innovative. Invece di cedere subito sulle rendite, rilanciare; proporre idee nuove sulle pensioni; mettere sul tavolo le proposte di Alleva sul precariato. La vostra assenza non si noterà in piazza, ma la vostra presenza attiva nel governo sì.
postato da Skeight alle ore 09:19 | Permalink | commenti (6) / commenti (6) (pop-up)
categoria: economia, idee, s-governo, sinistra unita


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