
Anche se la parola d’ordine di Veltroni al momento è “Cambiamento”, sulla falsariga della campagna di Barack Obama negli Usa, l’obiettivo primario del leader del Partito Democratico è quello di presentarsi come una personalità moderata ed affidabile, e anche in questo senso va la decisione di correre quasi da soli, rinunciando all’alleanza con la sinistra radicale. A questa decisione molti attribuiscono un altro effetto positivo, e cioè il rimescolamento del centrodestra, da cui si sono staccati sia Storace che Casini. Sembrerebbe, insomma, che Veltroni stia ripercorrendo il tentativo di Clinton degli anni Novanta, e cioè quello di portare i democratici su posizioni moderate per costringere gli avversari repubblicani a fare altrettanto, in modo che la competizione elettorale diventasse tra due partiti moderati e rispettosi l’uno dell’altro.
Questo in teoria, è noto che, nonostante le due vittorie elettorali (dovute soprattutto al terzo incomodo Ross Perot), Clinton non è riuscito a ricostruire una solida base elettorale per i democratici, e i repubblicani sono tornati al potere nel Congresso prima e alla Casa Bianca poi con un netto spostamento a destra delle loro politiche, prima nell’ambito dell’ordine pubblico e poi con i richiami ai valori della destra religiosa e conservatrice. C’è il rischio che qualcosa di simile avvenga anche in Italia?
La mia sensazione è che stia già avvenendo, e che la decisione di Veltroni, lungi dal tarpare le ali estreme in favore del moderatismo stia portando semplicemente ad un netto spostamento a destra del panorama politico. A cominciare dal Partito Democratico: nonostante alcune candidature simboliche e le dichiarazioni veltroniane sulla precarietà, la maggior parte delle scelte per le liste e le proposte programmatiche rese note sinora dimostrano che il Pd punta nettamente al centro, con l’evidente obiettivo di conquistare l’elettorato moderato (e una parte di elettori berlusconiani, che “valgono doppio” nella competizione), ricorrendo al carisma veltroniano per non rimanere scoperti a sinistra. Questo per quanto riguarda i problemi inerenti l’economia e lo stato sociale, mentre sull’ordine pubblico Veltroni riconferma la sua visione securitaria che rincorre le posizioni di Bossi e Fini, ultima dimostrazione le dichiarazioni demagogiche sulla castrazione chimica per i pedofili.
Nel campo avversario, il distacco sia dell’Udc che della Destra sembrerebbe rendere immobile, da un punto di vista ideologico,
Questi sono i motivi per cui parlo di svolta a destra nel panorama politico, nonché i motivi per cui, pur ritenendo Veltroni migliore di Berlusconi, voterò per

Oggi è una ricorrenza importante, anche se nessuno la ricorda. Esattamente quarant’anni fa Alexander Dubček diventava segretario del Partito comunista di Cecoslovacchia, dando inizio a quella che è passata alla storia con il nome di Primavera di Praga.
Passata alla storia, ma alla memoria? L’eco di quegli eventi è oggi debole, quasi insignificante, a confronto di altre esperienze politiche forse più immaginifiche ma anche più effimere. Eppure è stato nel corso di quella importante esperienza – che pure non è andata esente da errori ed eccessi – che è stato sviluppato il primo tentativo di uscire da sinistra dalla crisi del modello sovietico. Un modello che sarebbe durato ancora vent’anni, e che però già alla fine degli anni Sessanta mostrava tutti i suoi limiti proprio in Cecoslovacchia, il paese comunista che alla fine della seconda guerra mondiale si trovava nelle condizioni migliori, che aveva riservato l’accoglienza migliore alle truppe di Stalin, e che per vent’anni aveva avuto livelli di crescita di tutto rispetto.
Gli intellettuali e i politici che presero parte attivamente alla Primavera erano consci di questi limiti e spesso li denunciarono, ma non con il fine di abbracciare il capitalismo occidentale, bensì per cercare un nuovo modello, il cosiddetto “socialismo dal volto umano”. Basterebbe andare a rileggersi le riflessioni di intellettuali cecoslovacchi quali Jan Patočka e Radovan Richta, con le loro innovative proposte per la trasformazione del sistema di produzione. Ma chi si ricorda di loro, oggi? Eppure quelle riflessioni, forse troppo ardite ai tempi, potrebbero avere oggi una realizzazione compiuta, o almeno dare un contributo importante al dibattito su come dovrebbe essere una sinistra moderna.
Non solo in Italia, ma anche in molti altri paesi le iniziative che costituiscono la punta di diamante dei partiti e dei politici che si definiscono progressisti sono quelle che si propongono di difendere i diritti dei “consumatori”. Le liberalizzazioni di Bersani, la class action, i movimenti di Grillo, l’elettorato di John Edwards, anche gli avvocati agguerriti che sfidano il regime di Pechino… vengono salutati come movimenti innovativi ma di fatto ampliano all’estremo la sfera del mercato, mercificando anche i diritti: il singolo li ha in quanto consumatore, non in quanto cittadino. È contro una simile visione che le idee cecoslovacche di quarant’anni fa possono essere ancora attuali e utili, e sarebbe bello se, invece di indulgere come sempre in nostalgiche rievocazioni di Valle Giulia e dei fallimentari movimenti rivoluzionar-borghesi nostrani, la sinistra riconsiderasse gli avvenimenti d’oltrecortina, in cerca di lezioni applicabili anche oggi.
Letture consigliate: Primavera di Praga e dintorni: alle origini del 1989, a cura di F. Leoncini e C. Tonini, Ecp 2000
Quando ho letto questa notizia sinceramente sono rimasto basito. Cose così non me le sarei aspettate dal peggior governo Berlusconi, figuriamoci da uno che si definisce di centro-sinistra. Eppure, pare che le cose stiano proprio così. Il 12 ottobre il consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge di riforma dell’editoria che di fatto si propone di burocratizzare internet. Maggiori dettagli si possono trovare su Repubblica e Punto Informatico, ma in sintesi il ddl dice che tutti i prodotti editoriali dovranno registrarsi al Roc, cioè il registro degli operatori di comunicazione, ma poi nel definire i prodotti editoriali usa criteri tali da comprendere tutta la rete, compresi piccoli siti e blog. Le proteste sono state immediate, e di fronte ad esse c’è stata sì una retromarcia, ma non quella sperabile: un sottosegretario, tale Levi, ha assicurato che non c’è interesse a colpire blog e siti amatoriali, ma poi scarica le decisioni concreti sulla Autorità per le comunicazioni (che per la cronaca, è quella che ha vietato la pornografia in tv anche di notte, il che non fa ben sperare).
Il testo del ddl è chiaramente scritto male e forse sarà del tutto riformulato: è sperabile che sia così, ma non può essere sicuro. Non è la prima volta che questo governo, per incompetenza o malafede, cerca di mettere nei guai internet. Già l’anno scorso, ai tempi della finanziaria, si voleva impedire ai blog di inserire citazioni dai quotidiani, provvedimento poi rientrato grazie alla mobilitazione online. Allora è il momento di mobilitarsi di nuovo contro questo provvedimento ben più grave. Per conto mio, spedirò il prima possibile una mail di protesta a tutti i parlamentari e senatori, e invito tutti i blogger e non che dovessero leggere questo mio articolo a fare altrettanto, per mostrare il rifiuto generalizzato di questo ddl.
A margine, non posso celare l’amarezza per l’ennesima prova di incapacità del governo che ho votato, che non si dimostra in grado di (e nemmeno interessato a) tutelare la libertà di espressione dei cittadini.
Spett.le deputato/a (o senatore/senatrice),
le scrivo in riferimento al disegno di legge sull’editoriache il governo ha approvato il 12 ottobre e il cui testo è consultabile presso il sito http://www.governo.it/Presidenza/DIE/doc/DDL_editoria_030807.pdf
Questo ddl di fatto costringe tutte le realtà di internet, compresi i siti amatoriali ed i blog, a diventare testate giornalistiche e registrarsi al Roc, il Registro degli operatori della comunicazione. È chiaro che, qualora approvato, questo ddl porterebbe al collasso di internet in Italia e della sua funzione creativa, intellettuale e sociale. Questo non è accettabile, né può essere giustificato con la necessità di proteggere i cittadini da eventuali forme di diffamazione, perché esistono già strumenti legislativi e normativi per impedire simili comportamenti. Non solo, ma bisogna anche dire che il testo del ddl è stato redatto in maniera superficiale e contraddittoria, e di fatto una sua applicazione coerente è impossibile. Pertanto le chiedo di impegnarsi, quando il disegno di legge arriverà in Parlamento, per la modifica dei punti peggiori di esso, in particolare l’articolo 2 comma 1, 2, 3, l’articolo 5 comma 1, l’articolo 7 comma 1, 2.
Sperando che non deluda le aspettative dei cittadini che credono nella rete come mezzo per produrre dibattito democratico e contenuti creativi, le porgo distinti saluti


(articolo aggiornato dopo la pubblicazione)
Beppe Grillo scrive un post sui rom. Pare che non faccia differenza tra rumeni e rom, e già questo non è un buon inizio, ma andiamo oltre.
Grillo critica il governo italiano per la politica delle porte aperte, per il rifiuto di imporre una moratoria sugli ingressi dei romeni in Italia, decisione che porterebbe ad una invasione di rumeni nel nostro paese. È effettivamente vero che in Italia c’è la seconda comunità rumena più grande d’Europa, ma è anche vero che la prima comunità per dimensioni è in Spagna (fonte), dove il governo Zapatero la moratoria l’ha messa eccome.
Grillo sostiene che così facendo il governo non garantisce la sicurezza dei suoi cittadini, il che è forse vero, ma così dicendo contraddice altre tesi riportate nel suo blog. Pochi giorni prima aveva riportato l’intervento al V-day di Marco Travaglio, che aveva fatto notare che proprio la tolleranza diffusa dei comportamenti illegali tra gli italiani rendeva così difficile fare politiche efficaci contro l’illegalità degli stranieri. È esattamente questo il problema: anche ammettendo che la maggioranza degli immigrati rumeni in Italia assuma comportamenti illegali o criminali, il problema non è nella loro presenza o nella loro quantità, ma nella mancanza di un intervento efficace dello stato, vuoi per gli scarsi mezzi garantiti a polizia e carabinieri vuoi per l’illegalità diffusa di cui sopra.
Fare un discorso su questo sarebbe giusto e ragionevole. Ma Grillo che fa? Parla di confini della Patria (non scherzo, l’ha scritto con
L’autore, Nicola B., premette di non essere razzista e dice di avere moglie ed amici rumeni (e per questo rimanderei al magistrale articolo di Umberto Eco sul classico incipit degli antisemiti: “Alcuni dei miei migliori amici sono ebrei”). Poi sostiene che la sua azienda è registrata in Romania sin dal 2002. Dato che più volte si dichiara italiano, potremmo dedurne che Nicola B. è uno dei molti imprenditori europei che ha spostato la propria impresa e la produzione in Europa orientale, per approfittare dei minori vincoli ambientali, fiscali e sindacali, in pratica uno dei responsabili del precariato che Grillo dichiara di voler combattere: in un commento (leggibile sotto) alla prima versione di questo mio articolo il signor Nicola B. nega di aver delocalizzato una sua precedente azienda italiana e di avere anzi dato supporto, con la sua azienda, a quelle rumene tra il 2002 e il 2004; certo, se come lui stesso dichiara i romeni vogliono abbandonare a milioni il loro paese, evidentemente le imprese che operano in Romania (compresa la sua) non devono fornire grandi opportunità... ma tant’è, Nicola B. ritiene di essere nel giusto, di essere una vittima delle migrazioni e basta. Lasciamolo nella sua illusione, ma arriviamo al punto, quando sostiene che gli accordi di Schengen non sono serviti a nulla, non sono serviti agli italiani o ai tedeschi ma solo agli immigrati profittatori. Beppe Grillo evidenzia, quindi dobbiamo ritenere che sia d’accordo.
Schengen quindi a noi non è servita a nulla. La possibilità di poter viaggiare per l’intera Europa senza controlli alle frontiere secondo Grillo è inutile e non ha portato che danni. Certo, le conseguenze negative sono sempre più visibili. Ma non vedere tutti gli effetti positivi di questa integrazione, le opportunità che si sono sviluppate per i paesi europei, per molte zone che erano state colpite dalla crisi della delocalizzazione della produzione e che grazie alla nuova libertà di movimento garantita anche da Schengen sono riuscite a rinnovarsi e a creare nuova occupazione; e sì, aggiungiamoci anche l’impatto simbolico di accordi che garantiscono la libertà di movimento delle persone, dopo decenni in cui tale libertà era stata garantita solo alle merci. Tutto questo non esiste?
Una cosa è vera: non si capisce come
Insomma, anche in questo caso siamo di fronte a demagogia priva di contenuti.
