
Montezemolo, a nome della Confindustria, non vuole tasse ulteriori, e questo è comprensibile (meno comprensibile che bocci l'idea di aumentare le imposte sulle rendite per diminuire quelle sul lavoro, ma è noto che gli imprenditori italiani non hanno mai dato grande prova di coraggio, quindi lasciamo correre). Però vuole anche che le tasse diminuiscano. Non è informato della non certo bella situazione dei nostri conti pubblici? Come si possono diminuire le tasse in un contesto simile? Montezemolo ovviamente queste cose le sa, ma sostiene che se le tasse non diminuiscono le imprese italiane non potranno essere competitive, e il rischio è quindi il declino del sistema Italia, con tutte le conseguenze negative anche sui conti. Il suo ragionamento, quindi, non pare sbagliato, ma ad uno sguardo più approfondito gli interrogativi emergono: siamo sicuri che siano solo le tasse le spese che gravano sulle imprese italiane e le danneggiano rispetto alla concorrenza?
Recentemente, è stato diffuso un dato interessante, secondo il quale le imprese italiane pagano di bolletta energetica in media il 56% in più rispetto a quelle degli altri paesi europei. Un bell'handicap. Non solo, ma siamo svantaggiati rispetto al resto del continente anche in quanto a stato dei trasporti interni (elemento importante, come è noto, nell'aumento del prezzo di molti beni, specie quelli alimentari, dalla produzione alla vendita al dettaglio). Inoltre, un po' di tempo fa Repubblica in un articolo ha spiegato come le trafile burocratiche arrivano a costituire anche il 30% delle spese di un'azienda. E a parte tutti questi problemi, un elemento importante per essere competitivi è la capacità di innovare, strettamente legata alla ricerca, e sappiamo bene com'è messa la ricerca in Italia.
Insomma, oltre alle tasse i problemi per le imprese sono piuttosto numerosi. Sono risolvibili? Certo che sì. La bolletta energetica potrebbe essere abbattuta riducendo la dipendenza dell'Italia dall'estero, ad esempio investendo pesantemente sulle energie alternative (possibilmente su un loro uso efficace e non solo simbolico); i trasporti interni potrebbero migliorare sostanzialmente se venissero fatti lavori di ampliamento del nostro sistema ferroviario, grande opera ben più importante di quelle berlusconiane; così come riforme incisive per snellire la burocrazia e per modernizzare il sistema universitario potrebbero aiutare a superare il gap che ci separa dagli altri paesi.
Facile a dirsi. Passando ai fatti, è ovvio che queste possibili soluzioni richiedono tempi non brevi. Lavori alle centrali e al sistema ferroviario durano anni, le riforme di burocrazia e università possono essere realizzate in pochi mesi, ma per applicarle e vederne gli effetti ci vorrà molto di più. Quindi la logica suggerirebbe "se ci vuole così tanto, meglio iniziare subito invece che accumulare ulteriore ritardo". Ma oltre al tempo, simili iniziative richiedono soldi, un apporto finanziario notevole. Chi può farsene carico, in Italia? I privati? Difficile da credere. Deve pensarci lo Stato; e allora invece che diminuire le tasse adesso sarebbe meglio, forse, impiegare le entrate per iniziare a muoversi in questa direzione. Invece di chiedere un alleggerimento della politica fiscale gli industriali potrebbero utilizzare la loro forza di pressione per chiedere al governo provvedimenti come quelli sopra citati, che potrebbero modernizzare il paese senza gravare sui ceti più deboli. Ma purtroppo gli imprenditori italiani preferiscono le misure più comode, e più miopi.
Avevo già parlato dell'unità dei partiti della sinistra cosiddetta radicale, e torno sull'argomento. In questi mesi i segnali in materia sono stati contrastanti: da un lato una serie di iniziative e dichiarazioni sembrano confermare che il percorso unitario sia stato imboccato con decisione, ma dall'altro i passi concreti latitano e, quel che è più grave, gli stessi militanti di base sembrano disinteressati a questo. Il rischio, insomma, è che se anche si raggiungesse l'obiettivo dell'unità potremmo ritrovarci con un PD di sinistra, un'operazione dei vertici, e non è quello di cui ha bisogno la sinistra italiana per uscire dal pantano. Occorre che la base agisca, ma per attivare la base bisogna affrontare questioni concrete.
A tal proposito, una considerazione che precede le discussioni sulle problematiche settoriali (inerenti cioè al lavoro, all'ambiente, alla politica estera ecc.): storicamente i partiti di sinistra sono riusciti a radicarsi nella società non soltanto quando alzavano il vessillo di rivendicazioni ben precise, ma quando accompagnavano queste rivendicazioni ad una azione che aumentava le possibilità di partecipazione alla vita politica. Non a caso i partiti socialisti sono diventati partiti di massa perché tramite essi i lavoratori potevano davvero far sentire la loro voce all'interno delle istituzioni, e non solo a livello di protesta. Ma in un contesto come quello attuale, con il diritto di voto già universale e le identità di classe sfumate quando non disgregate, come si può svolgere una funzione simile?
In realtà è noto che oggi, non solo in Italia ma in quasi tutti i paesi europei, c'è una diminuzione degli spazi di partecipazione, per due motivi: da un lato, sempre più poteri dello stato nazionale passano alle istituzioni dell'Unione Europea, dall'altro molte funzioni vengono delegate agli enti locali. Ora, storicamente, il massimo della democrazia rappresentativa è stato raggiunto nello stato nazionale, mentre nell'Unione Europea non c'è molta democrazia (l'unico organo elettivo, il parlamento europeo, ha pochi poteri, e il processo decisionale comunitario è poco trasparente perché influenzato da tantissimi comitati non identificabili dall'opinione pubblica), e gli enti locali, pur essendo elettivi, di fatto rispondono ad una ottica maggioritaria e personalizzata, in cui il sindaco o il presidente di provincia/regione ha moltissimi poteri, e i consigli scarsa influenza. Essendo questo il contesto, un impegno fondamentale per un partito di sinistra è quello di agire per restituire ai cittadini parte del potere che hanno perso con questi trasferimenti di sovranità.
Come si può raggiungere un simile obiettivo senza anacronistici ritorni al passato? Per quanto riguarda l'Unione Europea, l'unica strada è quella di fare pressione perché le istituzioni comunitarie siano democratizzate, dando più poteri al parlamento europeo. Fare pressione all'interno del parlamento, e all'interno del governo perché l'Italia prenda posizione ferma in materia. Questa è una battaglia che non può essere condotta da soli, ma deve coinvolgere i partiti di sinistra di tutta Europa, se si vuole avere una minima chance di successo. Per quanto riguarda gli enti locali, invece, una possibilità ci è indicata dall'esempio di Grottammare e della provincia di Ascoli Piceno: a Grottammare, sin dal 1994, un sindaco di Rifondazione, Massimo Rossi, ha ottenuto tre grandi vittorie elettorali portando nella città la pratica del bilancio partecipativo, seguendo l'esempio brasiliano di Porto Alegre; l'esperimento di Grottammare ha avuto così tanto successo che nel 2004 anche la provincia è passata a sinistra (sempre con Rossi). Questo esperimento è esportabile nel resto d'Italia? Forse non ovunque, ma certo può aprire nuove prospettive, se portato avanti seriamente e credendoci. Ma a prescindere dalle possibilità di successo, è forse l'unico mezzo per dare ai cittadini maggiori possibilità di partecipare alla vita pubblica.
Se la sinistra unita si impegnerà su questi obiettivi, forse potrà davvero aspirare a diventare qualcosa di nuovo, e non una semplice sommatoria dei partiti preesistenti

Il blog di Piero Ricca è stato sequestrato dalla Finanza e non può più essere aggiornato. Ma se cercate "Piero Ricca" su Google non leggerete questa notizia in un link di Repubblica o Corriere della Sera, ma il primo risultato utile sarà questo di Punto Informatico, cioè di un sito tecnico e non politico. In compenso, però, subito dopo questa pagina Repubblica appare, con un vecchio articolo riguardante la causa intestata da Berlusconi allo stesso Ricca quando ebbe a chiamarlo "buffone". Il blog di Ricca è stato sequestrato su richiesta di Emilio Fede. Cosa è cambiato nel frattempo, se un così evidente caso di censura passa sotto silenzio? Soltanto pochi blog hanno protestato e continuano a protestare, da oggi mi aggiungo io, ma i giornali che negli anni berlusconiani si stracciavano le vesti dove sono? I partiti? Si muove il solito Beppe Grillo, che però non dovrebbe parlare visto il modo in cui in passato ha sfruttato Ricca senza pagarlo.
Insomma, l'avvenimento è inquietante, ma ancora più inquietante è il silenzio intorno, come se ormai la censura non facesse più notizia. La sinistra non muove un dito, forse perché il censore è Emilio Fede, e nessuno ha accolto il monito di Moretti, che nel suo famoso sfogo ricordava che Fede non è una macchietta simpatica, ma uno squadrista. Aveva ragione: non è lo squadrismo dell'olio di ricino e del manganello, ma è uno squadrismo nuovo meno violento e più efficace.
Cosa si può fare per aiutare concretamente Piero Ricca? Fare pressione sui nostri eletti? Manifestazioni? Ogni proposta è bene accetta