A quanto pare alla fine il comitato promotore del referendum sulla legge elettorale riuscirà a superare le 500mila firme. Non me stupisco, visto l'improvviso risorgere della mobilitazione dall'alto a favore, da Repubblica a Confindustria. Curioso che Repubblica, dopo aver pubblicato un po' di tempo addietro un pungente articolo di Sebastiano Messina in cui si elencavano puntigliosamente tutte le storture derivanti dall'eventuale vittoria del referendum, oggi sostenga l'idea al punto da indicare nel proprio sito i luoghi dove è possibile firmare. Ma vabbè, passiamo al sodo.
Sono contrario a questo referendum elettorale. Già quelli degli anni Novanta, che pure erano più seri, non hanno portato a grandi risultati, come ha notato più volte Sartori nei suoi articoli raccolti in Mala Tempora. Ma questo in particolare, è particolarmente pernicioso. Molti dei sostenitori, tra l'altro, dicono di firmare per pungolare i partiti in parlamento e spingerli a fare una nuova legge elettorale. Idea rispettabile, ma sono scettico. I partiti che avrebbero interesse a cambiare l'attuale legge elettorale sono molti: i partiti grandi (Ds, Margherita, Fi e An) hanno tutto da guadagnare da una riforma; i partiti medi (Rifondazione e Udc) vedrebbero bene un innalzamento della soglia al 5%, che aumenterebbe il loro peso ai danni dei partitini; e i suddetti partitini (Udeur e Lega in primis) possono auspicare metodi migliori per aumentare la loro forza di ricatto. Come si vede, tutti possono volere e vogliono una legge elettorale migliore. Ma per lo stesso motivo, non c'è una legge elettorale che accontenti tutti. E qui casca l'asino: l'idea del referendum come pungolo avrebbe successo se i partiti si rifiutassero di cambiare la legge attuale per convenienza; ma il problema è che non la cambiano perché non c'è accordo su come cambiarla, quindi se ora per evitare il referendum fanno un accordo in tutta fretta, di sicuro si tratterà di un compromesso al ribasso che produrrà l'ennesima, pessima legge.
E se non andasse così? Se si andasse a votare per il referendum, e vincesse il Sì? Cosa succederebbe? I promotori sostengono che si ridurrebbe la frammentazione partitica, ma questo avverrebbe solo in apparenza. Dando il premio di maggioranza del 55% ad un solo partito, i casi sono due: o i partiti non si coalizzano, e allora avremmo un risultato intollerabile per una democrazia, con un partito intorno al 30% che ottiene una maggioranza inusitata, oppure si coalizzano, e allora con ogni probabilità avremo due grandi liste uniche. Però, rimanendo il vincolo delle liste bloccate, ogni singolo partito e partitino potrà pretendere un certo numero di deputati sicuri. Siccome non c'è vincolo per la creazione di gruppi parlamentari, le due liste uniche si frantumeranno di nuovo in tanti partiti in parlamento. E ogni partito avrà una percentuale di deputati determinata non dal voto elettorale, ma dalle trattative pre-elettorali, proprio il contrario della democrazia. Certo, uno potrebbe chiedersi che senso abbia dividersi in parlamento se poi alle elezioni devono presentarsi comunque in lista unica. Il senso c'è eccome: più gruppi parlamentari vuol dire maggior peso contrattuale, più poltrone, più potere. Inoltre i partiti nelle elezioni locali ed europee non scompaiono, quindi anche in parlamento hanno bisogno di distinguersi per poter fare propaganda. E mantenere le proprie singole identità sarà importante, alle politiche, per contrattare il numero di deputati sicuri. Quindi strapotere dei partiti, esattamente come oggi se non peggio.
Ma se questo referendum non riduce la frammentazione partitica e non toglie potere ai dirigenti dei partiti, perché sono così contrari ad esso? Perché comunque una legge elettorale siffatta richiede una ridefinizione, e i partiti una volta trovato un assetto sono restii a ridefinirsi. Il problema è che mentre leggi elettorali tipo il proporzionale alla tedesca o il maggioritario alla francese costringerebbero i partiti a cambiare radicalmente la propria organizzazione, la modifica prevista da questo referendum porterebbe ad una ridefinizione solo formale, dietro alla quale gli apparati di partito manterrebbero il loro potere.
Se poi, per assurdo, una volta in parlamento le liste uniche non si dividessero in tanti gruppi partitici, le cose forse andrebbero meglio per la stabilità dei governi, ma non per la democrazia. Inevitabilmente, una fetta molto ampia di elettori, anche di quelli che hanno votato la lista vincitrice, non sarebbero rappresentati, con tutte le conseguenze in termini di astensione e disaffezione che ne conseguirebbero.
Insomma, detta in termini brutali: questo referendum è una iattura del peggior populismo. Spero che non raggiungano le 500mila firme, anche se ormai è quasi sicuro, spero che la Corte non lo accetti, spero che non raggiunga il quorum (anche se andrò a votare no, perché non mi piace l'astensione referendaria), spero che i no siano maggioritari. Sperare, sperare...