mercoledì, 30 maggio 2007

Nuove considerazioni sulle amministrative

Innanzitutto, mi devo scusare. Nel post precedente avevo scritto, sulla base di risultati ancora parziali, che eravamo di fronte ad un sostanziale pareggio tra Unione e Cdl. Così non è: la vittoria della destra è netta, certo non è la spallata di cui parlano i berluscones e non si vede per quale motivo Prodi dovrebbe salire al Quirinale, ma di fatto c'è un forte arretramento della sinistra, e le vittorie inaspettate ad Agrigento, L'Aquila e Taranto non bastano a compensare le perdite di Verona, Monza, Alessandria, Asti e Gorizia. Faccio ammenda per la frettolosità della mia prima analisi, e mi riprometto di evitarle in futuro.
Detto questo, una serie di osservazioni:
1) A parte la Lega Nord, i partiti di centrodestra non registrano aumenti di voti in termini assoluti. L'astensionismo ha colpito quindi quasi esclusivamente il centro-sinistra. Questo vuol dire due cose: il governo si sta assumendo la responsabilità gravissima di ridare fiato ad un partito xenofobo che versava in gravi difficoltà; e il centro-destra si sta avvantaggiando delle difficoltà interne dei propri avversari, ma non avanza una proposta politica in grado di allargare la propria base elettorale. Questo è un dato positivo per la sinistra, ma è anche temporaneo, perché a creare una nuova illusione tipo il Contratto con gli italiani del 2001 non ci vuole molto, e in quel caso il vantaggio a destra diventerebbe incolmabile. Occorre quindi agire in fretta, se si vuole invertire il trend.
2) C'è da dire che la reazione da sinistra non è delle migliori. Sembrano voler ripetere gli errori che han commesso sino ad ora: di fronte al pessimo risultato elettorale del Partito democratico, ci si accapiglia sulla leadership e sulla data delle primarie, senza capire che è proprio questo indugiare sugli aspetti formali senza parlare dei problemi più concreti che allontana l'interesse della gente. Inoltre, non si tiene conto del fatto che è normale, direi quasi fisiologico, che il primo risultato di un partito nato dalla somma di altri sia negativo: perché gli elettori dei partiti precedenti dovrebbero accettare il nuovo a scatola chiusa? La credibilità di un partito si costruisce con il tempo, non certo all'istante.
Oltre a questo, continua a perdurare l'incapacità comunicativa: un coro di voci a commento dei risultati, ognuno con la propria ricetta e le proprie indicazioni. Prodi, che dovrebbe rimettere l'ordine, dice cose diverse nel giro di poco tempo, sia sul governo che sul Pd. Se si va avanti così, non si arriva nemmeno alle Europee.
3) Continuo a sostenere le mie proposte per aumentare i consensi nel nord Italia. Ma di fronte al dilagare dell'astensionismo di sinistra, forse il governo dovrebbe capire che non è prioritario solo accontentare quegli elettori che non hanno votato a sinistra nel 2006 e difficilmente la voteranno in tempi brevi, ma anche far rientrare il malcontento. Agire concretamente sulla legge 30, dare più ascolto alle comunità locali, modificare le leggi sulla giustizia berlusconiane sarebbero già dei passi in avanti sulla giusta direzione...
4) Un aspetto interessante è che l'astensionismo colpisce anche (e fortemente) Rifondazione, ma la sinistra del Pd, quando ben organizzata, ottiene buoni risultati. Se ne è accorto Diliberto, che ne ha parlato in una sua intervista oggi al Manifesto, ed è forse l'unico aspetto positivo di questa tornata elettorale. In questo caso, il progetto per una Sinistra unita, che dopo l'entusiasmo dei primi due giorni è finito nell'oblio, può e deve ripartire.

P.S. Volevo scrivere anche un intervento sulla decisione se espellere o no KarlettoMarx da Kilombo, ma dopo aver letto gli interventi di Supramonte e ilCogito, che condivido totalmente, penso che non ci sia bisogno di scrivere altro, basta rimandare ai loro post più che esaurienti.
postato da Skeight alle ore 18:37 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
categoria: idee, riforme, s-governo, sinistra unita


lunedì, 28 maggio 2007

La sinistra e il Nord Italia

I risultati delle amministrative ci dicono che l’equilibrio tra centro-destra e centro-sinistra resta sostanzialmente invariato, forse pende leggermente a destra, ma alla fine il numero di comuni amministrati dagli uni e dagli altri non varia in maniera significativa, entrambi gli schieramenti perdono postazioni e ne guadagnano altre.Il segnale preoccupante, però, è il cedimento della sinistra in quasi tutto il settentrione: la Cdl si riconferma ovunque con percentuali estremamente elevate, e rosicchia voti dove non vince. Questo deve far riflettere, perché se alla frattura economica tra nord e sud si sovrappone la frattura politica i rischi per la situazione italiana saranno molto seri. Quello che dobbiamo chiederci è: è possibile fare una politica di sinistra che trovi il consenso dell’elettorato settentrionale, senza dover rincorrere la destra sui suoi cavalli di battaglia? La risposta è sì, ma si tratta ovviamente di un processo lungo e complicato, e su due piedi dubito che il governo sarà in grado di agire in questo senso. Vediamo comunque cosa si potrebbe fare.
Da un punto di vista economico, il nord si contraddistingue per un numero elevato di piccole e medie imprese, soggetti che non si sentono rappresentati da questo governo. L’interesse delle pmi è di essere competitive, ma sino ad oggi la ricerca della competitività si è sempre tradotta in un taglio dei costi del lavoro, quindi ai danni dei lavoratori dipendenti. La chiave è dunque trovare una forma di riduzione dei costi di produzione che non passi per il lavoro. Le possibilità sono due: intervenire sulla rapidità e l’efficienza del sistema giudiziario che, come evidenziato da questo articolo de laVoce, ha una forte influenza sulle imprese; e agire sulla questione energetica, investendo pesantemente sulle fonti rinnovabili, in modo da diminuire la dipendenza italiana dall’estero. Oltre a questo, appare sempre più urgente la necessità di aumentare l’efficienza della pubblica amministrazione (esigenza che non passa per un aumento del precariato, ma per l’adozione di metodi più efficaci per controllare la produttività). Questi provvedimenti da una parte consentirebbero di ottenere un aumento del favore da parte degli imprenditori e, dall’altra, di non chiedere ulteriori sacrifici agli operai (consentendo così di consolidare il loro sostegno alla sinistra, diminuito dopo il primo anno di governo).
L’altra tematica da affrontare è la sicurezza, e qua i motivi d’ottimismo sono ancora minori: nonostante il fatto che in Italia abbiamo già il maggior numero di poliziotti, la via presa da Amato sembra essere quella di una maggiore repressione, senza altre attività collegate. Anche le voglie repressive riguardo la droga fanno allontanare la possibilità di una legalizzazione delle sostanze leggere, la via più sicura per tenere sotto controllo il fenomeno e ripulire un po’ le città dagli spacciatori e da certi traffici. Ciò non toglie tuttavia che una possibilità per affrontare la questione da sinistra esiste, e forse alcuni partiti dovrebbero fare più pressione in questo senso, magari capendo che la questione della droga va affrontata non solo da un punto di vista di diritti, ma anche da un punto di vista della convenienza sociale, per renderla più accettabile alla maggioranza dei cittadini italiani che sono contrari.
Insomma, possibilità ci sono. Ma questo centrosinistra saprà utilizzarle? Lo scetticismo prevale, ma stiamo a vedere...

 

postato da Skeight alle ore 21:58 | Permalink | commenti (5) / commenti (5) (pop-up)
categoria: idee, s-governo


venerdì, 25 maggio 2007

Ma si può?

Uno legge 'ste frasi: "In questi mesi ho constatato due cose, purtroppo già da tempo sospettate: sta democrazia produce mostri, e soprattutto le donne che si mettono a fare politica, in qualsiasi forma, è meglio che stiano a casa a badare ai figli." e poi "Visto che da più parti, anche da parte delle due macchiette sedicenti di sinistra con figli che dovrebbero starsene a casa, invece di lasciarli davanti alla tv (ma c'erano donne nel consiglio che decise l'occupazione del palazzo d'inverno? C'erano donne tra i dodici apostoli, o tra i grandi maestri yoga, o tra i grandi riformatori religiosi, o tra qualsiasi cazzo di cosa grande che abbia una qualche attinenza con la politica? Ci sono donne tra i filosofi? Lo Yin, l'energia grezza allo stato brado, non è forse riferita al femminile? E prendiamone atto, per dinci)". Inizia a farsi una brutta opinione dell'autore, ma poi lo stesso spiega l'alato pensiero: "E poi non sono contro le donne, sono contro le donne che in quanto donne fanno politica, non in quanto comuniste". Già. Si capiva chiaramente dalle frasi sopraccitate. Era chiaro come il sole. Tanto che l'autore si incazza pure: "E che cazzo, non ci vuole un genio a farvelo capire".
Non è che mi entusiasmi entrare nei diverbi di Kilombo, quando sono personali, però visto che KarlettoMarx è un redattore, e in questa faccenda parla proprio in qualità di redattore, chiedo un favore a tutti: andate nel blog del mitico KorvoRosso e guardate come Karletto risponde nei commenti all'ultimo post di Korvo (post polemico ma correttissimo nella forma). Ora mi chiedo (e so già che Karletto mi accuserà di inneggiare alla censura, ma vabbè): può continuare ad essere redattore uno che non ha rispetto per gli altri?
postato da Skeight alle ore 19:51 | Permalink | commenti (12) / commenti (12) (pop-up)
categoria: kilombo


giovedì, 24 maggio 2007

Il paese congelato



Parole dello storico e politologo Timothy Garton Ash sull'attuale situazione italiana:
"I partiti sono solo poco più di un'associazione di autopromozione. La politica del paese è congelata nell'immobilità. Nessun impulso di riforma proviene dall'apparato epurato, rannicchiato e corrotto. I leader di partito più giovani sono critici in modo devastante, ma cinicamente e solo in privato, mentre la maggioranza dei cittadini non si rivolge ai partiti per nulla. Non mi è mai capitato di andare in un paese dove la politica e l'intera vita pubblica siano oggetto di tale, suprema indifferenza"
Trovate che questa descrizione, per quanto spietata, sia adatta al nostro paese? Eppure Garton Ash, che io sappia, non ha mai scritto molto sull'Italia, o almeno non di recente. Questo pezzo è tratto da una sua opera del 1989. In effetti, ho modificato qualcosa: l'autore non parla di partiti, ma del partito. E non può essere altrimenti, visto che l'oggetto della sua analisi era la Cecoslovacchia comunista di Husak.
Meglio mettere le cose in chiaro, non voglio passare per l'estremista che paragona l'Italia ad una dittatura. Ma, come la Cecoslovacchia degli anni Ottanta era un esempio di post-totalitarismo congelato, così l'Italia si trova in una situazione di stasi, conscia dei propri problemi e incapace di affrontarli. D'Alema e altri parlano della crisi di credibilità della politica, ma non ne traggono le dovute conseguenze: sono nelle stanze del potere da decenni, senza ricambio, che credibilità possono avere se a un certo punto si alzano e denunciano la degenerazione del loro mestiere? Intanto il Pd crea un comitato privo di giovani e di esponenti della società civile, il progetto della sinistra unita langue, a destra le consorterie di potere aspettano alacremente che arrivi di nuovo il loro turno. In tutto questo, sia i valori della democrazia che l'interesse dei cittadini vengono sviliti.
I sistemi cristallizzati sono facili al crollo, proprio come la Cecoslovacchia, dove Husak e i suoi sono crollati in dieci giorni dieci. Là la strada da percorrere era chiara, la democrazia multipartitica; in Italia, ad un ipotetico crollo cosa potrebbe seguire? Solo questo consente alla partitocrazia vigente di andare avanti infischiandosene del malcontento generale. Il che non vuol dire che possa durare per sempre.
Chissà cosa voglio dire con questo post. Alla fine, essendo questi i partiti che abbiamo, l'unica sarebbe cambiarli dall'interno, cercando di favorire un benedetto rinnovamento. Altre strade sono pressoché impossibili, in un sistema congelato. Ma questo non facilita di molto le cose. Ma se si crede ancora nella politica, senza credere più ai politici e ai partiti, forse bisogna anche prendere il coraggio a due mani e impegnarsi nei luoghi che si criticano.
Insomma, ero partito con un quadro apocalittico e finisco con una esortazione ai piccoli passi. Al 50% ho scritto solo stupidaggini, ma vai a sapere. Un momento di autoriflessione politica, prendetelo così

p.s. massimo rispetto per Nanni Moretti. La sua immagine a fianco quella di Husak è dovuta al ruolo che ricopre, e cioè quello del Portaborse, non certo ad un giudizio sull'uomo.
postato da Skeight alle ore 14:58 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
categoria: idee


domenica, 20 maggio 2007

Sull'aggressione a Faurisson

Credo che il discorso aperto da Dacia Valent riguardo l’aggressione fisica ai danni del negazionista francese Robert Faurisson meriti di continuare. Si trattasse solo dell’aggressione, la faccenda sarebbe liquidabile come uno scontro tra opposte idiozie, ma così non è: da questo episodio il discorso si è allargato, nell’intervento della Valent, sino a toccare il tema della libertà di espressione e del diritto di discutere sulla verità storica della Shoah. Allora il discorso merita di essere ripreso.

Innanzitutto, trovo imprecisi molti argomenti della Valent. Definisce Faurisson “un anziano storico”, ma Faurisson era un professore di lettere. Gli attribuisce il desiderio “di provare la sua tesi, di discuterla e metterla a disposizione di chi voglia confutarla”, ma basta leggere la sua famosa lettera pubblicata da Le Monde nel 1978 per rendersi conto che Faurisson non vuole discutere niente, ma “proclamare verità” (la lettera si ritrova facilmente, basta cercare Faurisson su google). Sostiene che nel caso della Shoah non è data la possibilità di mettere in discussione le tesi contrarie alla verità ufficiale secondo il processo normale della ricerca storica (e di ogni ricerca), ma lo storico Pierre Milza, nella sua opera  Europa estrema: il radicalismo di destra dal 1945 ad oggi ha parlato abbondantemente delle confutazioni di merito agli argomenti di Faurisson sulle camere a gas. Mentre numerose  e documentate critiche di metodo sono leggibili negli interventi di Claudio Pavone e Valentina Pisanty all’interno del libro Fascismo e antifascismo: rimozioni, revisioni, negazioni. La Valent dice giustamente “Non sono una storica. Vado a naso. Come in tutte le cose in cui non sono preparata mi affido a chi si è formato per dare delle risposte”; condivido, e per questo preferisco dar credito a storici veri e a chi ha affrontato la questione all’interno del proprio campo di competenza, piuttosto che ad altri.

Naturalmente, il punto centrale dell’intervento è un altro: per quanto errate o infondate possano essere delle opinioni, è giusto perseguire legalmente chi le sostiene? Ma l’interrogativo che mi pongo io è un altro: qua siamo nel campo dell’opinione (libera o legittima) o della calunnia? Negare legittimità a tutte le ricerche storiche sul genocidio degli ebrei (la stessa Valent sostiene che “non vi sia stata nessuna seria ricerca storica in merito a quanto successo, alle cause, allo svolgimento”) vuol dire sostenere che tutti gli storici che hanno lavorato su di esse erano o degli incompetenti (visto che non si sono accorti di fonti a cui non-storici come Faurisson avevano accesso) o dei venduti al complotto pro-Shoah. La Valent scrive che “non esiste teoria storica che non abbia differenti versioni e punti vista per la sua analisi e la sua codificazione in termini storici, eccetto il capitolo della Shoah”, ma la teoria storica si riferisce appunto alle interpretazioni e alle spiegazioni degli avvenimenti: si può discutere se la Rivoluzione francese sia stata un passo avanti nella diffusione dei diritti umani o solo uno strumento per l’ascesa della borghesia, ma non si può negare che tra il 1789 e il 1795 ci sia stato in Francia un sovvertimento dell’ordine esistente. Per la Shoah invece è proprio il fatto storico che viene negato, e nel momento in cui gli argomenti a favore della negazione vengono confutati, come è stato fatto, persistere nella negazione non credo possa essere più considerata un’opinione. Questo non giustifica l’accanimento contro i negazionisti, sicuramente eccessivo (anche se occorre dire che nello stato protettore di Israele per eccellenza, gli Usa, i negazionisti sono molto più liberi di agire che non in Europa), ma può essere utile per ricordare che non si può mettere sullo stesso piano la rivendicazione della libertà di parola e la diffusione di falsità a scopi politici (perché bisogna proprio avere le fette di salame sugli occhi per non vedere la strumentalizzazione che sin dagli anni Settanta è stata fatta dai gruppi di estrema destra degli scritti dei negazionisti, strumentalizzazione mai denunciata o rifiutata dagli autori stessi).

“In definitiva, cos’è che rende gli ebrei diversi ed intoccabili? E con loro lo stato di Israele? La Shoah. Che smette di essere avvenimento storico per diventare una risorsa politica utile a minimizzare il dramma palestinese, ad offuscarlo e renderlo meno vicino, meno crudele, grazie al senso di colpa dell'occidente”. Questa frase della Valent è condivisibile quasi al 100%, ma personalmente non riesco ad accettare che invece di seguire la strada, più difficile ma necessaria, della critica ponderata all’uso politico della Shoah si cerchi la scorciatoia del negazionismo. Credo che sia dovere di tutti coloro che hanno a cuore le sorti dei palestinesi impegnarsi perché diventi chiaro a tutti che il genocidio perpetrato ai danni degli ebrei sessant’anni fa non può essere usato per giustificare una politica razzista oggi ai danni di un popolo che nessun ruolo ha avuto in quel genocidio. Ma cercare di risolvere il problema negando la Shoah in sé è una strada che non mi sembra né utile, né auspicabile.

 

Breve postilla in riferimento all’aggressione: la Valent ha certamente ragione a parlare di squadrismo per il gruppetto di ebrei che ha aggredito fisicamente Faurisson per impedire il suo intervento. Posso capire che per la comunità ebraica evitare la diffusione delle tesi negazioniste sia una questione vitale, ma ciò non giustifica l’uso della violenza. Questo però lo dico io che sono contrario in generale alla violenza come mezzo di lotta politica, ma lo può dire la Valent che in precedenza aveva scritto questo?

 

postato da Skeight alle ore 11:54 | Permalink | commenti (7) / commenti (7) (pop-up)
categoria: idee, diritti


giovedì, 17 maggio 2007

Nessuna Scusa compie un anno!



Un anno fa, poco dopo la nascita del governo Prodi, pubblicavo il mio primo intervento in questo blog. A un anno di distanza,  posso dire di essere abbastanza soddisfatto della vita di questo spazio web (vorrei poter dire lo stesso dell'azione di  governo, ma non si può avere tutto, purtroppo...). Tramite il blog ho conosciuto Kilombo, una realtà importante per la rete di sinistra, ho partecipato a tante iniziative, per il referendum costituzionale, per aiutare il manifesto, per tentare l'esperimento di unire la sinistra. Ho avuto modo di approfondire le mie conoscenze su temi di cui prima avevo giusto sentito parlare (e qua una menzione d'onore per quelli di Controcopertina ci vuole), sono stato d'accordo con persone di tutto rispetto (Galatea, KorvoRosso, Tisbe, LadyTux...) e ho litigato, a volte anche duramente, con altri blogger di cui però ho la massima stima per la coerenza con cui portano avanti le proprie idee (Lameduck, Cloroalclero, Mikecas...). Insomma, è un'esperienza importante, quindi cento di questi giorni a me, e mille a tutti i blogger citati e a quelli che non ho citato ma che comunque visito quasi tutti i giorni!
Fever night...
postato da Skeight alle ore 11:28 | Permalink | commenti (16) / commenti (16) (pop-up)
categoria: varie


martedì, 15 maggio 2007

Cinque buoni motivi per tenere un blog

Di solito su questo blog non dedico post ad argomenti non attinenti la politica, ma siccome una volta all'anno è lecito impazzire, e a carnevale non sono impazzito per via di esami nel periodo, questa settimana sarà dedicata a post su argomenti più vari.
Iniziamo con una catena, che per fortuna non passa per e-mail ma per blog: ricevo da Lipperatura l'invito a scrivere cinque buoni motivi per tenere un blog. Potevo forse rifiutare di partecipare? Certo che sì, ma non vedo il motivo, quindi ho accettato.
1) Innanzitutto, si impara a scrivere, e questo vale in particolare per i blog politici come questo. Quando uno decide di aprire un blog di opinioni, all'inizio è tutto gasato, pensa di potersi lanciare in editoriali da fare invidia a Scalfari o in prediche alla Beppe Grillo. Poi, quando si accorge che nessuno lo considera, inizia a rendersi conto che in giro non c'è questo gran bisogno di profeti, si cala una buona dose di umiltà, e inizia a privilegiare un approccio meno oratorio e più teso al dialogo con altri blogger. E non è poco
2) Si sviluppa un po' il senso critico, e questo grazie ai commenti più urticanti, soprattutto quando contestano ciò che dici o le tue fonti. Magari sbagliano, magari ti arrabbi e basta, ma intanto se proprio non vuoi metterti le fette di salame sugli occhi devi almeno tentare di verificare se ciò che dicono è giusto o meno.
3) Mette in contatto con altre visioni del mondo. Anche chi parte con le peggiori intenzioni - e cioè aprire un blog solo per farsi leggere - si rende conto presto che per avere dei lettori deve a sua volta leggere, e partecipare (non basta certo fare il ruffiano e lasciare commenti del tipo "che bel blog" o "sono d'accordo con tutto quel che dici"). Di conseguenza, si incontrano persone ed esperienze che forse non si sarebbero mai incontrate altrimenti
4) Facilita l'uso di internet. Come è stato detto sino allo sfinimento, per sfruttare in maniera positiva le potenzialità della rete è necessario saper discernere tra i contenuti, per evitare di credere a ogni pagina che si legge. Se si usa un blog come crocevia, per accogliere commenti e raggiungere altri blogger, credo sia più facile orientarsi in internet e sfruttarla nel modo migliore. Insomma, il blog come punto di partenza per esplorare la rete. Per citare Komyo Sanzo, pace all'anima sua, "ciò che rende libera ogni creatura è avere un luogo a cui fare ritorno"
5) Avrei preferito fermarmi al quarto, ho terminato le motivazioni... ma ne posso aggiungere una, che comunque discende in buona misura da quelle precedenti, e cioè la possibilità di attingere a fonti informative diverse da quelle classiche. Fermo restando che l'integrazione tra fonti e strumenti diversi resta a parer mio obbligatoria.
postato da Skeight alle ore 09:34 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
categoria: varie


venerdì, 11 maggio 2007

Il Family Day contro la famiglia

Domani si terrà questo famoso Family Day. Nel sito dei promotori, si dice che la piattaforma programmatica di questo evento è il manifesto Più Famiglia. Tale manifesto si apre con queste parole: La famiglia è un bene umano fondamentale dal quale dipendono l’identità e il futuro delle persone e della comunità sociale. Solo nella famiglia fondata sull’unione stabile di un uomo e una donna, e aperta a un’ordinata generazione naturale, i figli nascono e crescono in una comunità d’amore e di vita, dalla quale possono attendersi un’educazione civile, morale e religiosa. La famiglia ha meritato e tuttora esige tutela giuridica pubblica, proprio in quanto cellula naturale della società e nucleo originario che custodisce le radici più profonde della nostra comune umanità e forma alla responsabilità sociale.  Non a caso i più importanti documenti sui diritti umani qualificano la famiglia come “nucleo fondamentale della società e dello Stato”.

È una opinione, giusta o sbagliata che sia, comunque rispettabile. Comunque, assumiamo come ipotesi di partenza che questa visione della famiglia sia sicuramente corretta, e poniamoci delle domande: la famiglia, nella visione dei promotori del Family Day, è quella fondata sul matrimonio. In tutte le società attuali, e in quelle del passato, l’istituto del matrimonio è sempre esistito. Ma questa continuità terminologica si accompagna ad una continuità di contenuti? Il matrimonio che esiste oggi in Italia è lo stesso che esisteva cinquant’anni fa, o nel secolo scorso, o ancora prima? Il matrimonio occidentale è uguale a quelli che si trovano in altre culture? Sarebbe difficile sostenerlo. Probabilmente, i Dico tanto osteggiati dai promotori del Family Day sono più vicini all’idea di matrimonio che essi sostengono che non certe forme di convivenza del passato che portavano questo nome.

Non c’è niente da stupirsi: se la famiglia è il nucleo fondamentale della società, è normale che con le evoluzioni e le trasformazioni sociali anche l’istituzione familiare si trasformi e si adatti, per poter mantenere la propria centralità. Se così non fosse, da parecchi secoli non parleremmo più di famiglie, ma di altri nuclei di vita associata. Ma stando così le cose, appare ovvio che chi cerca di cristallizzare la famiglia in una forma unica e immutabile, di fatto la depotenzia e la espone al rischio di superamento. Quindi, la Chiesa cattolica, i promotori del Family Day, e le associazioni che vi aderiscono, di fatto stanno agendo contro la famiglia. E il peggio è che non se ne rendono conto! Vedremo come andrà a finire...

postato da Skeight alle ore 09:47 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
categoria: religione, idee, diritti


mercoledì, 09 maggio 2007

Prodi è impazzito

Durante le celebrazioni dei vent'anni dell'Erasmus, Prodi propone che per laurearsi siano obbligatori sei mesi di studio all'estero. A parte i costi proibitivi di una simile idea, quanto meno fuori luogo in un momento in cui le università si vedono ridotti i finanziamenti e tagliano su tutto, l'idea nella situazione attuale è irrealizzabile: dove trovare così tanti posti? Nelle università con maggiore popolazione studentesca, come quella di Bologna, le domande superano sempre largamente l'offerta, e c'è da vedere se negli atenei stranieri sarebbe accolta così facilmente una invasione di studenti italiani. Tra l'altro, la situazione odierna ha un elemento positivo, perché la selezione tra i candidati avviene su elementi di merito (conoscenza della lingua, media dei voti, numero di esami), e visto che la prospettiva dello studio all'estero è allettante per molti, può spingere ad un maggiore impegno nello studio, con risultati positivi per tutti. Un'apertura incondizionata, e anzi obbligatoria, da una parte farebbe venir meno questa spinta, dall'altra, porterebbe ad una polarizzazione tanto sgradevole quanto inevitabile: di sicuro la maggior parte degli studenti, scegliendo la sede universitaria dove andare, opterebbe per le scelte classiche (Spagna, Inghilterra, Irlanda, Francia...), ed è ovviamente impossibile accoglierli tutti così, quindi una selezione sarebbe ancora una volta inevitabile; così, la polarizzazione sarebbe tra le università dell'Europa occidentale che ricevono gli studenti migliori e le università  meno ambite o (all'apparenza) meno interessanti, cioè quelle dell'Europa orientale, dove andrebbero gli studenti peggiori, i più casinisti, i meno interessati all'esperienza di scambio (e in più gli studenti che per motivi economici non possono permettersi sei mesi in Gran Bretagna o in Francia, visto che borse di studio generalizzate sono impensabili). Non mi sembra uno scenario idilliaco. Senza contare che oggi in Italia la scelta dell'Erasmus è molto ostacolata dai tempi ristretti della laurea triennale, che fungono da potente freno.
Insomma, tiriamo le somme: promuovere gli scambi Erasmus è sicuramente un impegno meritorio e da incoraggiare, ma in maniera seria, e a partire dalla soluzione di alcuni problemi interni dell'università italiana (la scarsità di fondi e il loro cattivo uso, la cattiva organizzazione dello studio tra triennale e specialistica, l'eccesso di selezione all'ingresso e la scarsità di selezione interna tramite studi impegnativi, e via dicendo...), altrimenti difficilmente si otterranno risultati positivi al di là dei casi individuali. Proposte come quelle di Prodi sono semplice demagogia, e non servono a niente, se non a distogliere dai veri problemi.
postato da Skeight alle ore 17:03 | Permalink | commenti (7) / commenti (7) (pop-up)
categoria: s-governo


lunedì, 07 maggio 2007

La Francia e i modelli dell'immigrazione


La vittoria di Sarkozy alle elezioni presidenziali francesi pone interrogativi importanti anche per l’Italia. Come prevedibile, nel circuito dei blog di destra si sta facendo festa grande, con la consueta pratica di piegare gli avvenimenti stranieri alla politica interna italiana, ma tra le tante corbellerie una nota degna di rilievo c’è, ed è la constatazione che il modello di integrazione francese è in crisi. Se sia una crisi irreversibile o un passaggio è tutto da verificare, così come bisogna vedere il peso della questione degli immigrati nella scelta di voto degli indecisi, ma è comunque un dato di fatto che lo spostamento generalizzato a destra della politica francese ha avuto un forte impulso proprio a partire dai disordini delle banlieues, la dimostrazione che l’integrazione di fatto è ancora lontana dall’essere raggiunta. La stampa e gli opinionisti di destra rilevano i gravi problemi del modello francese con un compiacimento tanto prevedibile quanto sciocco, ma non c’è da stupirsi di questo. Quello che bisognerebbe chiedere loro è quale altro modello abbiano in mente, visto che non è che altrove ci siano stati successi migliori. Ma il discorso è importante perché l’Italia si avvia ad essere terra di immigrazione esattamente come è già successo ai paesi del Nord Europa, e si parla tanto di integrazione ma senza delineare un modello concreto, il che è abbastanza preoccupante, visto che un modello imperfetto è comunque meglio di nessun modello, se si vuole cercare di gestire un fenomeno di dimensioni così ampie.
I modelli classici esistenti sono quello assimilazionista, per l’appunto quello su cui si basa la Francia, e quello pluralista, tipico della Gran Bretagna. “Nelle società assimilazioniste, si presume che gli immigrati e le potenziali minoranze nazionali si integrino nella maggioranza, diventando invisibili in virtù di un processo unilaterale di adattamento culturale [...] I nuovi arrivati sono tenuti ad esprimersi in pubblico nella lingua della nazione ospite e ad adottarne la cultura. Storicamente, la scuola e l’esercito sono due istituzioni fondamentali ai fini dell’assimilazione. Nessun cittadino fruisce di un trattamento preferenziale in nome della sua appartenenza ad un gruppo culturale particolare [...] La libertà di culto è rispettata, ma appartiene alla sfera del privato. Il principio di laicità sanziona e garantisce la separazione tra la religione e lo stato”. Quindi nel modello assimilazionista l’accettazione della cultura del paese porta alla cittadinanza e anche alla piena fruizione dei diritti, al pari degli autoctoni. In teoria. Nella pratica, è davvero andata così? I francesi “puri” non si sentono sullo stesso livello degli immigrati siano essi di seconda o terza generazione, e questi ultimi avvertono lo scarto tra i proclami della Republique e la realtà dei fatti, in cui la loro condizione di partenza è debole e rende difficile, se non impossibile, un avanzamento sociale. Questa consapevolezza inficia tutta l’idea dello scambio uguale su cui si basa il modello (adattamento culturale in cambio di diritti), ed è alla base del malessere che ha portato ai disordini delle banlieues.
“Un certo grado di diversità culturale e identitaria è ammesso, invece, nell’approccio di tipo pluralista. La specificità e l’identità culturale delle minoranze etniche formatesi con l’immigrazione, di quelle nazionali e, eventualmente, di quelle autoctone, sono pubblicamente riconosciute o, in certi casi, semplicemente tollerate. Gli individui e i gruppi sono liberi di organizzarsi per mantenere viva la loro cultura e la loro identità nel rispetto della legge. Lo stato però non interviene, per esempio nel campo finanziario, per promuovere la sopravvivenza delle culture minoritarie”. In questo modello “la società consisterebbe piuttosto in una giustapposizione di comunità  etniche e culturali in competizione, se non in conflitto, per il controllo dello stato”. Il modello anglosassone funziona? Certamente in Gran Bretagna le tensioni tra gruppi, che pure ci sono, non sono mai arrivate a livelli paragonabili a quelle francesi. Ma ricordiamoci degli attentati di Londra, del rigetto che molti immigrati dell’ultima generazione hanno nei confronti della società inglese; in Francia i giovani delle banlieues stanno sperimentando un crollo di fiducia verso le istituzioni dello stato, in alcuni casi anche un preoccupante avvicinamento al fondamentalismo religioso, ma è indubbio che sinora questo malcontento non si traduce in un avvicinamento alla jihad internazionale o ai gruppi terroristici, come è invece successo altrove.
Per questo dico che il compiacimento di destra per la crisi del modello francese è fuori luogo: esso finché funziona è in grado di porre un utile freno alle derive fondamentaliste, e la crisi, che è in atto ed è inutile negarla, dovrebbe piuttosto far riflettere su come tale modello debba evolversi per rispondere alla nuova situazione.
Dal mio punto di vista, il fallimento del modello assimilazionista applicato in Francia è stato quello di non aver saputo garantire agli immigrati di seconda e terza generazione i diritti economici e sociali, da questo handicap di partenza si è inceppato tutto il sistema. E allora, ogni futuro modello di integrazione dovrà porre questo elemento al centro, se si vogliono porre le basi per una convivenza pacifica e una integrazione possibile.

NOTA: le frasi tra virgolette sono citazioni da Marco Martiniello, Le società multietniche, Bologna, Il Mulino 2000
postato da Skeight alle ore 09:08 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: idee, diritti


Chi sono

Utente: Skeight
Eclettico (o lunatico, a seconda dei punti di vista)


  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


Commenti recenti

robertoeffe in Questo blog chiude


Heracleum blog & web tools

Archivio

oggi
--- 2008 ---
--- 2007 ---
--- 2006 ---

Partecipano

Foto recenti

Bottoni

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading*volte