

Credo che il discorso aperto da Dacia Valent riguardo l’aggressione fisica ai danni del negazionista francese Robert Faurisson meriti di continuare. Si trattasse solo dell’aggressione, la faccenda sarebbe liquidabile come uno scontro tra opposte idiozie, ma così non è: da questo episodio il discorso si è allargato, nell’intervento della Valent, sino a toccare il tema della libertà di espressione e del diritto di discutere sulla verità storica della Shoah. Allora il discorso merita di essere ripreso.
Innanzitutto, trovo imprecisi molti argomenti della Valent. Definisce Faurisson “un anziano storico”, ma Faurisson era un professore di lettere. Gli attribuisce il desiderio “di provare la sua tesi, di discuterla e metterla a disposizione di chi voglia confutarla”, ma basta leggere la sua famosa lettera pubblicata da Le Monde nel 1978 per rendersi conto che Faurisson non vuole discutere niente, ma “proclamare verità” (la lettera si ritrova facilmente, basta cercare Faurisson su google). Sostiene che nel caso della Shoah non è data la possibilità di mettere in discussione le tesi contrarie alla verità ufficiale secondo il processo normale della ricerca storica (e di ogni ricerca), ma lo storico Pierre Milza, nella sua opera Europa estrema: il radicalismo di destra dal 1945 ad oggi ha parlato abbondantemente delle confutazioni di merito agli argomenti di Faurisson sulle camere a gas. Mentre numerose e documentate critiche di metodo sono leggibili negli interventi di Claudio Pavone e Valentina Pisanty all’interno del libro Fascismo e antifascismo: rimozioni, revisioni, negazioni.
Naturalmente, il punto centrale dell’intervento è un altro: per quanto errate o infondate possano essere delle opinioni, è giusto perseguire legalmente chi le sostiene? Ma l’interrogativo che mi pongo io è un altro: qua siamo nel campo dell’opinione (libera o legittima) o della calunnia? Negare legittimità a tutte le ricerche storiche sul genocidio degli ebrei (la stessa Valent sostiene che “non vi sia stata nessuna seria ricerca storica in merito a quanto successo, alle cause, allo svolgimento”) vuol dire sostenere che tutti gli storici che hanno lavorato su di esse erano o degli incompetenti (visto che non si sono accorti di fonti a cui non-storici come Faurisson avevano accesso) o dei venduti al complotto pro-Shoah.
“In definitiva, cos’è che rende gli ebrei diversi ed intoccabili? E con loro lo stato di Israele?
Breve postilla in riferimento all’aggressione:

Domani si terrà questo famoso Family Day. Nel sito dei promotori, si dice che la piattaforma programmatica di questo evento è il manifesto Più Famiglia. Tale manifesto si apre con queste parole: La famiglia è un bene umano fondamentale dal quale dipendono l’identità e il futuro delle persone e della comunità sociale. Solo nella famiglia fondata sull’unione stabile di un uomo e una donna, e aperta a un’ordinata generazione naturale, i figli nascono e crescono in una comunità d’amore e di vita, dalla quale possono attendersi un’educazione civile, morale e religiosa. La famiglia ha meritato e tuttora esige tutela giuridica pubblica, proprio in quanto cellula naturale della società e nucleo originario che custodisce le radici più profonde della nostra comune umanità e forma alla responsabilità sociale. Non a caso i più importanti documenti sui diritti umani qualificano la famiglia come “nucleo fondamentale della società e dello Stato”.
È una opinione, giusta o sbagliata che sia, comunque rispettabile. Comunque, assumiamo come ipotesi di partenza che questa visione della famiglia sia sicuramente corretta, e poniamoci delle domande: la famiglia, nella visione dei promotori del Family Day, è quella fondata sul matrimonio. In tutte le società attuali, e in quelle del passato, l’istituto del matrimonio è sempre esistito. Ma questa continuità terminologica si accompagna ad una continuità di contenuti? Il matrimonio che esiste oggi in Italia è lo stesso che esisteva cinquant’anni fa, o nel secolo scorso, o ancora prima? Il matrimonio occidentale è uguale a quelli che si trovano in altre culture? Sarebbe difficile sostenerlo. Probabilmente, i Dico tanto osteggiati dai promotori del Family Day sono più vicini all’idea di matrimonio che essi sostengono che non certe forme di convivenza del passato che portavano questo nome.
Non c’è niente da stupirsi: se la famiglia è il nucleo fondamentale della società, è normale che con le evoluzioni e le trasformazioni sociali anche l’istituzione familiare si trasformi e si adatti, per poter mantenere la propria centralità. Se così non fosse, da parecchi secoli non parleremmo più di famiglie, ma di altri nuclei di vita associata. Ma stando così le cose, appare ovvio che chi cerca di cristallizzare la famiglia in una forma unica e immutabile, di fatto la depotenzia e la espone al rischio di superamento. Quindi,

La vittoria di Sarkozy alle elezioni presidenziali francesi pone interrogativi importanti anche per l’Italia. Come prevedibile, nel circuito dei blog di destra si sta facendo festa grande, con la consueta pratica di piegare gli avvenimenti stranieri alla politica interna italiana, ma tra le tante corbellerie una nota degna di rilievo c’è, ed è la constatazione che il modello di integrazione francese è in crisi. Se sia una crisi irreversibile o un passaggio è tutto da verificare, così come bisogna vedere il peso della questione degli immigrati nella scelta di voto degli indecisi, ma è comunque un dato di fatto che lo spostamento generalizzato a destra della politica francese ha avuto un forte impulso proprio a partire dai disordini delle banlieues, la dimostrazione che l’integrazione di fatto è ancora lontana dall’essere raggiunta. La stampa e gli opinionisti di destra rilevano i gravi problemi del modello francese con un compiacimento tanto prevedibile quanto sciocco, ma non c’è da stupirsi di questo. Quello che bisognerebbe chiedere loro è quale altro modello abbiano in mente, visto che non è che altrove ci siano stati successi migliori. Ma il discorso è importante perché l’Italia si avvia ad essere terra di immigrazione esattamente come è già successo ai paesi del Nord Europa, e si parla tanto di integrazione ma senza delineare un modello concreto, il che è abbastanza preoccupante, visto che un modello imperfetto è comunque meglio di nessun modello, se si vuole cercare di gestire un fenomeno di dimensioni così ampie.
I modelli classici esistenti sono quello assimilazionista, per l’appunto quello su cui si basa
“Un certo grado di diversità culturale e identitaria è ammesso, invece, nell’approccio di tipo pluralista. La specificità e l’identità culturale delle minoranze etniche formatesi con l’immigrazione, di quelle nazionali e, eventualmente, di quelle autoctone, sono pubblicamente riconosciute o, in certi casi, semplicemente tollerate. Gli individui e i gruppi sono liberi di organizzarsi per mantenere viva la loro cultura e la loro identità nel rispetto della legge. Lo stato però non interviene, per esempio nel campo finanziario, per promuovere la sopravvivenza delle culture minoritarie”. In questo modello “la società consisterebbe piuttosto in una giustapposizione di comunità etniche e culturali in competizione, se non in conflitto, per il controllo dello stato”. Il modello anglosassone funziona? Certamente in Gran Bretagna le tensioni tra gruppi, che pure ci sono, non sono mai arrivate a livelli paragonabili a quelle francesi. Ma ricordiamoci degli attentati di Londra, del rigetto che molti immigrati dell’ultima generazione hanno nei confronti della società inglese; in Francia i giovani delle banlieues stanno sperimentando un crollo di fiducia verso le istituzioni dello stato, in alcuni casi anche un preoccupante avvicinamento al fondamentalismo religioso, ma è indubbio che sinora questo malcontento non si traduce in un avvicinamento alla jihad internazionale o ai gruppi terroristici, come è invece successo altrove.
Per questo dico che il compiacimento di destra per la crisi del modello francese è fuori luogo: esso finché funziona è in grado di porre un utile freno alle derive fondamentaliste, e la crisi, che è in atto ed è inutile negarla, dovrebbe piuttosto far riflettere su come tale modello debba evolversi per rispondere alla nuova situazione.
Dal mio punto di vista, il fallimento del modello assimilazionista applicato in Francia è stato quello di non aver saputo garantire agli immigrati di seconda e terza generazione i diritti economici e sociali, da questo handicap di partenza si è inceppato tutto il sistema. E allora, ogni futuro modello di integrazione dovrà porre questo elemento al centro, se si vogliono porre le basi per una convivenza pacifica e una integrazione possibile.