



La scissione nei Ds si è compiuta: la maggioranza se ne va nel Partito Democratico, Mussi e i suoi escono e annunciano di non voler fare un nuovo ed ennesimo partito, ma lavorare per l’unità a sinistra. Obiettivo che non posso che condividere, anche se il scetticismo non manca: le gelosie e gli individualismi non mancano, basta vedere i rapporti conflittuali tra Rifondazione e Comunisti Italiani... tuttavia, con questi pensieri non si va da nesasuna parte: se il governo non cade, c’è parecchio tempo per tentare di creare unità a sinistra, ma bisogna iniziare da subito per fare qualcosa di credibile e non un semplice cartello elettorale: già riuscire ad unificare non tutta la sinistra, ma almeno una parte di essa, sarebbe un buon risultato, e un punto di partenza per il futuro.
È una questione che ne apre molte altre, che non possono essere trattate in un unico intervento, quindi penso che tornerò più volte sull’argomento. Per oggi, vorrei dire la mia sulla questione di base: perché creare un partito unico della sinistra radicale? È davvero necessario? Non si rischia di impoverire il dibattito a sinistra e ridurre una varietà di posizioni ad un’immagine unica? La mia risposta è che i rischi ci sono, ma l’unità è necessaria, per i seguenti motivi:
1) i gruppi di sinistra, anche quando riescono a individuare le problematiche concrete della società, per mantenere consenso e mobilitazione devono agire attivamente e cercare di avere un’influenza reale, oppure sono condannati ad auto-emarginarsi. L’esempio francese è utile: nel 2002 i candidati a sinistra dei socialisti hanno ottenuto più del 20%, oggi hanno ottenuto poco più dell’11%, scontano l’incapacità di accordarsi su una candidatura unica e di spostare a sinistra l’asse della politica francese. In Italia si può cercare di aggirare questo ostacolo unificandosi, e avendo così maggior peso contrattuale
2) le basi programmatica di Rifondazione, Verdi, Comunisti Italiani e sinistra Ds non sono poi così diverse tra loro: certo, non si può negare che delle differenze ci siano, ma sono davvero così profonde da caratterizzarsi come un ostacolo serio all’unificazione? Le differenze tra loro spesso sono meno accentuate di quelle tra le correnti di altri partiti!
3) le resistenze a questo processo possono essere di due tipi: quelle provenienti dagli apparati, che ovviamente sono restii alle unificazioni perché vuol dire che qualcuno dovrà cedere la propria posizione precedente. Ma qua c’è poco da dire, sta all’intelligenza politica dei gruppi dirigenti decidere le priorità. E poi ci sono le resistenze provenienti dalla base, più giuste, che teme di vedere annacquata la propria identità (unirsi con partiti non comunisti annacquerà il nostro marxismo?). Il rischio c’è, ed è inutile negarlo, ma è superabile se ci cerca di dare alla nuova entità una organizzazione aperta e non centralizzata. In altre parole, il dibattito tra le varie parti deve essere il più ampio e democratico possibile, evitando formule tipo “Chi ci sta ci sta”.
Io la vedo così; conoscendo la storia della nostra sinistra, so che sarà un percorso difficile a dir poco, visto che spesso c’è diffidenza reciproca anche a livello di singoli militanti. Tuttavia, è proprio dalla base che si può iniziare a superare le divisioni, ma questo è possibile solo con un dibattito sui contenuti, sui fini di una eventuale sinistra unita. Se non si vuol fare un processo morto in partenza come quello del Partito democratico, è dalle idee che bisogna partire.
Dopo quasi un mese, riprendo una discussione che è stata aperta da due interventi molto stimolanti, quello di Lawrence D’Arabia su Controcopertina e quello di Tisbe. L’argomento? La democrazia.
Lawrence parte da un recente articolo di Zagrebelsky, e non solo, per affrontare il tema spinoso degli errori della democrazia: l’esempio classico è quello del popolo che condanna a morte Gesù, ma Lawrence porta anche eventi più recenti e concreti, come l’ascesa al potere dei nazisti supportati da un forte consenso popolare. La domanda che si pone è: se la democrazia, che dovrebbe essere la forma suprema di giustizia, condanna un innocente e si pone dalla parte del torto, è davvero giusta?
Qui si inserisce l’intervento di Tisbe, che si interroga sui pericoli di una dittatura della maggioranza e giunge a toccare la questione del suffragio universale. La domanda che Tisbe si pone è: è giusto garantire il diritto di voto anche a chi si disinteressa del bene comune, non sa niente né vuole saperne dei problemi altrui, non ha la minima cognizione degli strumenti dello Stato? Da queste domande, scaturisce la sua proposta di una sorta di patente per votare, ovvero il riconoscimento del diritto di voto solo a chi dimostra di avere conoscenze e capacità adatte ad esercitarlo.
Forse la questione può essere considerata accademica, ma credo che sia importante. Per affrontarla, però, mi sembra necessario chiarire dei punti che non condivido nelle analisi dei due blogger sopra citati. Innanzitutto, trovo semplicistica la definizione che Lawrence dà della democrazia di “forma massima e più giusta di governo” o addirittura “forma suprema di giustizia”. È indubbio che a livello di opinione comune (e anche di molti politici che tale opinione assecondano) è questa la definizione di democrazia, ma gli studiosi del settore la sottoscriverebbero? Mauro Volpi scrive che “la concezione di Stato democratico oggi prevalente, soprattutto tra gli studiosi della politica, è di tipo essenzialmente procedurale, in quanto configura la democrazia come un processo finalizzato ad adottare le decisioni politiche. Quello democratico viene, infatti, definito come un sistema pluripartitico nel quale una maggioranza governa nel rispetto dei diritti delle minoranze (Sartori). Anche molti giuristi hanno adottato una concezione della democrazia in senso formale, vale a dire come insieme di regole procedurali per assumere decisioni indipendentemente dal contenuto di queste [...] Inaccettabile e superata è la concezione della democrazia in senso sostanziale come sistema che garantisce i diritti economico-sociali e intende realizzare un’eguaglianza effettiva, in contrapposizione alla democrazia formale, fondata sulle libertà personali e sull’eguaglianza di fronte alla legge”1. Non solo, ma bisognerebbe citare il pensatore che più di tutti ha influenzato la riflessione sulla democrazia, e cioè Alexis de Tocqueville: egli rifiuta nettamente l’idea stessa che la democrazia sia una forma di governo, ma la considera bensì uno stato sociale, un fatto, l’“assetto sociale della modernità”2. È importante sottolinearlo perché questo ci ricollega al discorso della dittatura della maggioranza. Tisbe si chiede: “La maggioranza è giusta? Non ci troviamo, forse, di fronte ad una forma sottile e pericolosa di dittatura? La scelta plebiscitaria di condannare un innocente non è sufficiente a dimostrare la fallacia del sistema democratico?” La risposta non può che essere no, perché la dittatura della maggioranza non è una triste realtà apparsa dopo l’instaurazione dei sistemi democratici, ma un rischio ben presente ai politologi già da prima che gli attuali Stati liberal-democratici vedessero la luce. Già Constant, ai tempi della Rivoluzione Francese, lo stesso Tocqueville, Hans Kelsen nel ‘900. Tocqueville individua lucidamente i pericoli della democrazia, e cioè l’onnipotenza della maggioranza, la spinta al conformismo, l’individualismo, e per questo sostiene che il fine della scienza politica è educare la democrazia, per far sì che si indirizzi verso la libertà e non verso il dispotismo. In altre parole, trovare i meccanismi che scongiurino la dittatura della maggioranza, obiettivo ripreso anche da Kelsen. Quali sono questi meccanismi? La risposta di Kelsen è di tipo istituzionale: lo strumento principe è la costituzione, meglio, il primato della costituzione: il testo costituzionale difende i diritti di tutti e stabilisce l’equilibrio dei poteri, e questo protegge le minoranze dagli abusi della maggioranza. La storia ci fornisce molti esempi che confermano questa tesi, ma anche esempi che la smentiscono, perché le costituzioni possono essere modificate, o aggirate, o svuotate dall’interno, in determinati contesti. Quindi questa risposta non è sufficiente. Allora ci torna in soccorso Tocqueville, con la sua risposta che trascende dai meccanismi istituzionali, e chiama in causa la libertà politica, intesa in senso partecipativo, e che può essere sviluppata con l’associazionismo, la promozione delle autonomie locali (che spinge i cittadini a partecipare alla gestione della cosa pubblica), anche la religione (nel senso più ampio del termine). In altre parole, non si può condannare la democrazia come fallace o inefficiente a causa dei suoi difetti, perché gli strumenti per superare tali difetti sono già presenti nel sistema democratico stesso, e sta agli individui, possibilmente organizzati in gruppi, sfruttarli al meglio. Se consideriamo la democrazia come una forma compiuta e definitiva allora il giudizio è inevitabilmente negativo, viste le distorsioni sotto gli occhi di tutti, ma il fatto è che è proprio questa visione che ritengo errata, perché la concezione più giusta di democrazia secondo me è quella di un processo in divenire, un continuo work in progress in cui i difetti che sempre sorgono vengono affrontati continuamente.
Naturalmente, è più facile a dirsi che a farsi. Ovunque la democrazia ha difficoltà a rinnovarsi, ad ampliare i propri spazi, a creare una discussione pubblica più consapevole. Ma questo è sufficiente a giustificare una limitazione del diritto di voto come quella proposta da Tisbe?
Nei commenti al suo intervento, avevo criticato l’idea perché difficilmente applicabile, in quanto non è possibile trovare criteri univoci ed efficienti per stabilire chi ha i requisiti e chi no, il rischio è che la scelta avvenga usando come metro di misura i valori di una minoranza, quindi una imposizione. Ma a parte queste considerazioni pratiche, c’è anche una motivazione teorica che mi spinge a criticare l’idea della patente per votare: lo scopo della democrazia è quello di conciliare la promozione del bene comune alla tutela degli interessi individuali, e privare a priori delle persone del diritto di voto, e quindi di partecipazione, vuol dire impedire loro di difendere i propri interessi, trasformarli quindi in soggetti deboli e a rischio di discriminazione, mettere uno steccato tra chi ha il diritto di tutelare sé stesso (perché lo farà, anche se allo stesso tempo si preoccupa del bene comune) e chi no. Al massimo, si potrebbe riprendere un’idea di Burke, e cioè garantire a tutti il diritto di voto, ma anche contemplare la possibilità di toglierlo a chi compie atti gravi contro il bene comune (tipo reati finanziari gravi, omicidi e via dicendo), ma questa idea, pur essendo più accettabile da un punto di vista teorico, ha comunque gravi difficoltà pratiche.
Insomma, e per concludere, riprenderei la considerazione finale di Lawrence: “La democrazia, come tutte le creazioni umane, non è mai completamente perfettibile”. E però i margini di perfettibilità ci sono sempre, e se si sente la necessità (come giustamente la sente Tisbe) di superare i difetti e le storture del sistema democratico è solo guardando in avanti, e cioè verso un ampliamento delle forme di partecipazione, che si possono risolvere, e non con una restrizione della partecipazione stessa.
NOTE
1AA.VV., Diritto pubblico comparato, Giappichelli editore, Torino 2004
2lezione del Prof. D’Alfonso nel corso di Storia e filosofia dei diritti umani all’Università di Bologna

A Torino si è suicidato un ragazzo, i suoi compagni di classe lo emarginavano ed insultavano perché andava bene a scuola, l'insulto più frequente e persecutorio era l'"accusa" di omosessualità. A Milano, la Lega organizza ronde contro i rom, arrivando ad entrare con la forza nei campi minacciando chi ci vive.
Episodi che parlano di cose apparentemente diverse, eppure collegati dal filo nero del disprezzo per il diverso, della paura, del tentativo di reagire con la violenza a queste supposte minacce. Di fronte a questi avvenimenti ciò che davvero inquieta è il silenzio di quella parte di società che non si riconosce in tale paura e in tale violenza: possibile che l'enormità di quanto sta accadendo non susciti lo sdegno di nessuno? Non dico la sinistra istituzionale, ma anche coloro che si definiscono tali, e non sono pochi, la cosiddetta "base", che è disillusa dal governo, ma intanto non riesce a dare concretezza ai propri ideali nemmeno nella vita di tutti i giorni, se è vero (e lo è) che l'unica mobilitazione dal basso che ha avuto successo è stata quella degli abitanti di Opera che hanno attuato un vero e proprio terrorismo psicologico per impedire la realizzazione di un campo rom. Oggi in Italia pare prevalere l'ideologia della paura e della psicosi da accerchiamento, da cui nasce la logica del branco che spiega episodi come quello di Torino (sei diverso da noi? Sarai deriso per questo); se non si affronta questa battaglia di idee dal basso, allora non c'è nemmeno speranza di poter assistere ad un cambiamento reale in alto.
